venerdì 22 dicembre 2017

Nella seconda metà dell'800 una cosca mafiosa operante a Favara, in provincia di Agrigento e nelle zone limitrofe si imponeva compiendo efferati delitti.
Fu solo nel 1883, grazie all'opera del funzionario di polizia Ermanno Sangiorgi, che vennero arrestate più di 200 persone nella zona di Favara e si scopri' che la cosca era una bera e proprio organizzazione criminale chiamata "fratellanza di Favara".
Uno dei capi della "Fratellanza" venne arrestato nell'atto di affiliare due "fratelli" incappucciati e gli fu trovata una copia dei regolamenti dell'associazione. Ne seguì il ritrovamento di decine di scheletri di vittime della "Fratellanza" nascosti in luoghi isolati come grotte, pozzi prosciugati, zolfare dismesse e altre confessioni di alcuni affiliati consentirono il recupero di ulteriori varianti al regolamento della setta, nonché al suo organigramma.
Uno o più capi-testa comandavano più capidecina, ognuno dei quali aveva sotto di sé non più di dieci affiliati; il rituale di iniziazione avveniva pungendo l'indice dei nuovi membri per poi tingere con il sangue un'immagine sacra, che veniva bruciata mentre l'iniziato recitava una formula di giuramento.

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Tale cerimonia di affiliazione era tipica delle cosche di Palermo, a cui numerosi membri della "Fratellanza" erano stati affiliati nel 1879, durante la prigionia con mafiosi palermitani nel carcere di Ustica.
"Il Secolo", giornale di Milano, il 30 aprile 1883 parlava "della più alta espressione di criminalità organizzata", riferendosi appunto alla Fratellanza. Nel 1885 gli affiliati finirono tutti sotto processo ad Agrigento, ma molti negarono le loro confessioni, sostenendo che avevano confessato sotto tortura, ma alla fine furono tutti condannati ed incarcerati.

Si scopri' che la setta si estendeva, oltre che a Favara, anche nei comuni vicini di Canicattì, Racalmuto, Grotte, Aragona e di cui si hanno notizie negli anni settanta ed ottanta dell’ottocento. Gli appartenenti alla setta avevano uno statuto, pagavano una tassa mensile di 50 centesimi e per entrare nella consorteria dovevano venire iniziati. Secondo un articolo d’epoca, Colacino soteneva che la “Fratellanza” era “la più alta espressione della mafia” ed era costituita da zolfatari, minatori, contadini, artigiani, mugnai, pastori, calzolai, gabelloti.
Agli arresti parteciparono 90 carabinieri, 40 guardie di P.S. a cavallo e una cinquantina di soldati di fanteria.
Anche in altre località ci furono catture non solo a Favara.
Le origini della Mafia ad Agrigento: La Fratellanza


“Sulla metà di questo mese (aprile) furono visti uscire da Girgenti alla spicciolata e con diversi intervalli di tempo circa 90 carabinieri, 40 guardie di P.S. a cavallo e una cinquantina di soldati di fanteria.

Tutti questi agenti della Forza pubblica si riunirono poi al punto denominato “Quatrivio”, distante due chilometri dalla città. Ivi ponevano le baionette in canna e prendevano la via che mena a Favara.

Verso mezzanotte una carrozza fermatasi fuori delle porte di Favara e ne scendeva il Procuratore del re.

Poco dopo dalla cennata forza pubblica venivano circondate diverse case di Favara ed erano tratti agli arresti, per mandato di cattura, ben quaranta individui, i quali erano subito condotti alla caserma dei Reali Carabinieri e dopo essere sottoposti ad interrogatorio venivano spediti in queste grandi prigioni.

Nella stessa notte in altri paesi di questa provincia erano eseguiti altri non pochi arresti per lo stesso oggetto.

Si vuole che il numero degli arresti arrivi a 150.

Costoro avevano sodalizio di mafia che, serbata la debita proporzione, potrebbe paragonarsi alla setta della “mano Nera” della Spagna: di fatti si vuole che abbiano per titolo:”la mano fraterna”.

Così la stampa nazionale ( questa nota è stata pubblicata il 30 aprile del 1883 sul quotidiano “Il secolo d’Italia” di Milano) presentava all’attenzione dell’opinione pubblica il blitz delle forze dell’ordine che sbaragliò una delle più potenti ed organizzate cosche mafiose siciliane: La Fratellanza di Favara. Che la società fosse ben ramificata si capì nei giorni seguenti. Per gli arresti di Favara furono utilizzati 90 carabinieri, 40 guardie di P.S. a cavallo e una cinquantina di soldati di fanteria
A Canicattì sei appartenenti alla Fratellanza vennero arrestati per l’omicidio del calzolaio Calogero Camilleri, che era scomparso da casa il giorno 11 febbraio 1883, rimase prigioniero nella casa di suo zio Alaimo Martello Rosario e pochi giorni dopo strangolato e sepolto in un castello abbandonato perché “l’infame” aveva parlato al delegato di polizia del suo paese dell’esistenza della Fratellanza (vedasi note conservate presso l’archivio di Stato di Agrigento, inventario 28, fascicolo 2). Il delitto era stato compiuto da Guarneri Agostino, Puzzangara Pietro, Montante Luigi, Di Franco Salvatore, Trupia Domenico. Tutti elementi ben noti alla giustizia. Il disgraziato calzolaio fu probabilmente il primo a mettere la polizia sulle tracce della Fratellanza, ma non fu l’unico. Un mese dopo, nel marzo del 1883, un ferroviere si presentò alla polizia per far sapere che da un muratore era stato invitato ad entrare in una società repubblicana segreta denominata La Fratellanza. Aveva appreso che la società aveva particolari segni di riconoscimento necessari per riconoscere gli altri fratelli ed evitare di essere attaccato da altri affiliati. Il ferroviere si rese presto conto dei propositi criminali della Fratellanza e spifferò tutto la delegato di P.S. Quest’ultima testimonianza fu utilissima per illuminare alcuni gravissimi fatti di sangue avvenuti a Favara all’inizio 1883 e che sono all’origine della Fratellanza.

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