lunedì 20 novembre 2017

Il feudo di Racalmuto
 


Le contrade che, grosso modo costituivano, il feudo di Racalmuto vero e proprio, sono così riepilogabili:


 


          N.°
CONTRADA
NOTA
TOPONIMO ATTUALE
N.° pr.
N.° Mappa
1
Cava
Racalmuto
   ==
 
 
2
Fico (o Fontana della Fico)
Racalmuto
Fico
43
31
3
Malati
Racalmuto
Malati
70
47
4
Padre Eterno
Racalmuto
Padre Eterno
85
18
5
Pernici
Racalmuto
Pernice
90
3
6
Petra dell'Oglio
Racalmuto
Pietra dell'Olio
94
22
7
Rina
Racalmuto
Arena
6
17
8
Rocca
Racalmuto
 
 
 
9
San Gregorio
Racalmuto
San Gregorio
121
31
10
Scacci
Racalmuto
Scaccia
125
47, 66
11
Zaccanello
Racalmuto
Zaccanello
143
63
12
Fico Amara
Racalmuto (confinante con le terre dello Stato di Racalmuto e con il fego dello Chiuppo)
Fico Amara
44
75
13
Cuti
Racalmuto (confinanti con li terri dello stato di Racalmuto)
Cute
35
67
14
Bovo
Racalmuto (fego)
Bove
12
41,42,43
15
Canalotto
Racalmuto (fego)
Canalotto
15
45
16
Cannatuni
Racalmuto (fego)
Cannatone
16
1
17
Carcarazzo
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
18
Carmine
Racalmuto (fego)
Carmelo
19
42,44,45
19
Casa Murata
Racalmuto (fego)
  ==
 
 
20
Casali Vecchio
Racalmuto (fego)
Casalvecchio
21
47,48
21
Colmitella
Racalmuto (fego)
Culmitella
34
64
22
Cortigliazzo
Racalmuto (fego)
 
 
 
23
Difisa
Racalmuto (fego)
Vallone della Difesa
24
Donnaphali (o Donnagali o Donnaxhala)
Racalmuto (fego)
Donna Fara
37
2,3
25
Garamoli
Racalmuto (fego)
Garamoli
52
60,61,69
26
Gazzella
Racalmuto (fego)
Gazzella
54
57,59
27
Jacuzzo
Racalmuto (fego)
Jacuzzo
64
4
28
Judio
Racalmuto (fego)
Giudeo
58
46
29
Laco
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
30
Manchi
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
31
Marcatelo
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
32
Marcianti
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
33
Marzafanara (o Marzo Fanara)
Racalmuto (fego)
Fanara
40
57, 58, 60
34
Menz'Arata (o Mazzarati)
Racalmuto (fego)
Mezzarati
78
65,66,67
35
Montagna
Racalmuto (fego)
Montagna
80
41,42
36
Nina
Racalmuto (fego)
Vecchia Nina
138
71, 72
37
Nuci
Racalmuto (fego)
Noce
82
68,70,71,75
38
Petranella
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
39
Pidocchio
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
40
Pini di Zicari
Racalmuto (fego)
Piedi di Zichi
92
44
41
Pinnavaria
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
42
Rocca Russa
Racalmuto (fego)
Rocca Rossa
108
59
43
Rovetto
Racalmuto (fego)
Roveto
11
46
44
San Giuliano
Racalmuto (fego)
San Giuliano
120
21
45
Santa Domenica
Racalmuto (fego)
 
 
 
46
Saracino
Racalmuto (fego)
Saracino
124
21
47
Savuco
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
48
Scala
Racalmuto (fego)
Scala
126
62
49
Scavo Morto
Racalmuto (fego)
Arena
6
17
50
Scifitello
Racalmuto (fego)
Scifi di S. Bernardo (?)
127
25
51
Serrone
Rcalmuto (fego)
Serone
28
4,46,62
52
Stazzone
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
53
Surfara
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
54
Troiana
Racalmuto (fego)
Troiana
133
18
55
Turri di Barba
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
56
Zubio
Racalmuto (fego)
Zubbio
144
33
57
Granci
Racalmuto (fego) confinante con 'finaita della Scintilia)
Granci
59
68,69
58
Carcia
Racalmuto (fego) confinante con le terre dello  stato
   ==
 
 
59
Granci
Racalmuto (fego) nel fego della Scintilia
 
 
60
Baruna
Racalmuto (fego) ottobre 1714
Barona
8
21
61
Carpitella (anche P.ta Carpitella)
Racalmuto (stato)
Carpitello
20
0
62
Casalivecchio
Racalmuto (stato)
 
 
 
63
Nuci e Menta
Racalmuto (stato)
Menta
77
61,63,71,72
64
Vallone della Difisa
Racalmuto (stato)
Vallone della Difesa
135
20
65
Santa Maria di Gesù
Racalmuto fego)
Santa Maria
122
19, 20


 


 


Contrade del feudo di Gibillini.


 


Le contrade del feudo di Gibillini possono, invece, venire così segnalate:


 


          N.°
CONTRADA
NOTA
TOPONIMO ATTUALE
N.° pr.
N.° Mappa
1
Filippuzzo
Gibbillini (fego)
   ==
 
 
2
Funtanelli
Gibbillini (fego)
Fico Fontanella
45
18, 30
3
Macalubbi
Gibbillini (fego)
   ==
 
 
4
Mandra del Piano
Gibbillini (fego)
Mandra di Piano
73
39
5
Muluna
Gibbillini (fego)
Mulona
81
35,36,51,52
6
Puzzo
Gibbillini (fego)
Puzzo
103
35,48,49
7
Sant'Anna
Gibbillini (fego)
Sant'Anna
115
33
8
Serrone
Gibbillini (fego)
 
 
 
9
Castello
Gibbillini (fego) [1687]
Castelluccio
22
27
10
Ferraro
Gibillini
Ferraro
41
6,9,23,25


 


 


Le altre contrade


Dagli antichi atti emergono anche le seguenti altre contrade:


          N.°
CONTRADA
NOTA
TOPONIMO ATTUALE
N.° pr.
N.° Mappa
1
Carmine
Grotti (fego)
   ==
 
 
2
Nuci
Menta (fego)
 
 
 
3
Pumi (contrata delli Pumi)
Menta (fego)
Portella di Puma
100
63, 64
4
Funtana Dulci
Nadore (fego)
 
 
 
5
Mindulazza
Nuci (fego)
Mendolazza
76
68,69


 


Le terre della Noce e della Menta vengono ambiguamente designate: talora come feudo a parte, talaltra come pertinenze della contigua contea dei  del conte del Carretto. Invero, a ben riguardare la questione sotto il profilo giuridico, sembrerebbe indubitabile che si tratti di terre allodiali dei Del Carretto, finite prima ad un ramo cadetto e poi, nel Seicento, rientrate nella sfera feudale di quella famiglia.


 


La genesi del feudo di Racalmuto


 


Ripuliti gli esordi feudali dai vari Malconvenant, Abrignano, Barresi e Brancaleone Doria, resta la vicenda di quel Federico Musca che risulta primo proprietario del casale di Racalmuto attorno al 1250. Era costui un immigrato che per abilità propria o per successione poteva disporre di tre centri nell’Agrigentino: Rachalgididi, Rachalchamut e Sabuchetti. Ci riferiamo all’indiscutibile diploma che custodivasi negli archivi angioini di Napoli  e precisamte a quello che reca il n.° 209 il cui sunto recita in latino:


Executoria concessionis facte Petro Nigrello de BELLOMONTE mil., quorundam casalium in pertinentiis  Agrigenti, vid. Rachalgididi, RACHALCHAMUT et Sabuchetti, que casalia olim fuerunt Frederici MUSCA proditoris, et casalis Brissane, R. Curie dovoluti per obitum sine liberis qd. Iordani de Cava, nec non domus ubi dictus Fridericus incolebat.                                                   


 


Era dunque un’esecutoria della concessione che veniva fatta da Carlo d’Angiò a Pietro Negrello di Belmonte, milite, di tre casali siti nelle pertinenze di Agrigento, e cioè Rachalgididi, Sabuchetti ed il nostro Racalmuto, chiamato - non si sa per errore di trascrizione o per più precisa denominazione - RACHALCHAMUT. Quei tre casali erano appartenuti (olim) a Federico Musca che Carlo d’Angiò considera un traditore. Quanto al passo successivo che investe la storia di Brissana, a noi qui nulla importa.


Federico Musca viene privato del feudo nel 1271: ribadiamo, è questa la data di nascita della storia racalmutese, almeno fino a quando non si trovano altre fonti scritte o archeologiche. Per quel che abbiamo detto prima, gli esordi racalmutesi medievali possono retrocedersi di una ventina d’anni, ma non di più.


Un Federico Mosca, conte di Modica, è noto: a lui accenna Saba Malaspina colui che l’Amari considera “diligentissimo cronista”  per non parlare del Montaner, del D’Esclot, di Nicola Speciale, di Bartolomeo di Neocastro, del Sanudo.


La vicenda viene dal Peri  così sintetizzata ed interpretata:


«Federico Mosca conte di Modica acquistava benemerenze in guerra. Nel novembre del 1282 passò in Calabria e conseguì buoni successi con una comitiva di 500 almogaveri (le truppe a piedi che nel corso della guerra del Vespro prospettarono la validità dei reimpiego della fanteria, che sarebbe salita a clamore europeo a non lunga distanza di tempo sui fronti di Fiandra).»


E successivamente (pag. 46):


«Se la reazione immediata di Carlo d’Angiò fu più minacciosa che vigorosa, se la cavalcata di re Pietro, nel settembre del 1282, da Trapani a Palermo, a Messina, a Catania, fu più prudente che difficile, il conflitto poi si spostò prontamente fuori Sicilia. Nel novembre, il conte di Modica Federico Mosca portava la guerra in Calabria.»


Annota, peraltro, l’Amari: «Il Neocastro, cap. 56, accenna anch’egli ad una fazione degli almugaveri, diversa da quella di Catona. Dice mandatine 500 presso Reggio e 5.000 alla Catona. Aggiunge poi che Pietro il dì 11 novembre mandò il conte Federigo Mosca a regger la terra di Scalea, che si era data a lui. ...»


Se Federico Mosca, conte di Modica, è, dunque, lo stesso di quello del diploma angioino riguardante Racalmuto, sappiamo ora che costui dopo l’esonero del 1271 non tornò più in questo casale. Anche per Illuminato Peri, neppure tornò - almeno stabilmente - a reggere la contea di Modica che (pag. 31). A lui «sembra essere succeduto nel titolo di conte di Modica il genero Manfredi Chiaromonte marito della figlia Isabella», quello che avrebbe edificato il nostro Castelluccio.


Ma a quale ribellione di Federico Mosca si riferisce il citato diploma angioino? Non abbiamo notizie aliunde. Dobbiamo quindi supporre che trattasi degli eventi del 1269. Li abbozziamo qui sulla falsariga del racconto dell’Amari. Le truppe angioine riconquistano il castello di Licata, che era stato assediato dai Ghibellini, nel dicembre del 1268. Nel 1269 si sparse la falsa notizia che il re di Tunisi stesse per sbarcare. Frattanto Fulcone di Puy-Richard, sconfitto a Sciacca nei primi del 1267, comandava a poche città che gli prestavano volontaria ubbidienza. Un frate, Filippo D’Egly dell’ordine degli Spedalieri, venuto in Sicilia da tempo a cambattere per Carlo con la scusa che stessero per sbarcare i Saraceni d’Africa, agiva da capitano di ventura e crudelmente (vedasi Bartolomeo de Neocastro, cap. VIII). Ma ai primi d’aprile del sessantanove re Carlo, ormai sicuro in Continente ove gli mancava solo di conquistare Lucera per fame, combattè di persona i Saraceni e si accinse a riportare all’ubbidienza la Sicilia. Nel volgere di pochi mesi cambiò due volte il vicario dell’isola: prima sostituì Puy-Richard con Guglielmo de Beaumont, poi costui con Guglielmo d’Estendart. Un grosso esercito agli ordini del solo D’Egly, in un primo momento, e poi di questi affiancato dal Estendart, ed indi di quest’ultimo soltanto,  fu mandato per sterminare le forze di Corrado Capece. L’Estendart risultò un feroce capitano che comunque riscuoteva la fiducia del re, che non mancava di colmarlo di ricchezze e di onori. Saba Malaspina lo chiama uomo più crudele della stessa crudeltà, assetato di sangue e giammai sazio (Lib. IV, cap. XVIII). 


L’Estendart condusse nell’isola millesettecento cavalieri con grande numero di arcieri e vi furono associati oltre 800 cavalieri che stanziavano nell’isola, tra siciliani e stranieri. Ricominciò davvero la guerra.


Quel condottiero andò da Messina per Catania all’assedio di Sciacca, ma qui gli piombarono addosso oltre 3000 cavalieri provenienti da Lentini; sopraggiunse Don Federico con cinquecento soldati scelti spagnoli, chiamati Cavalieri della Morte, e gli angioini furono tricidati. L’Estendart e Giovanni de Beaumont, con altri baroni, vi trovarono la morte. Ne seguì un tal terrore che Palermo e Messina trattarono la resa, ma la trattativa non andò in porto. Il racconto - desunto dagli Annali ghibellini di Piacenza - non convince del tutto l’Amari che puntualizza: «Manca la data di questa battaglia; falsa la morte dell’Estendart e fors’anche quella del Beaumont; Sciacca fu assediata di certo dagli Angioini sotto il comando dell’ammiraglio Guglielmo, non Giovanni, de Beaumont, poiché ricaviamo che gli riscosse le taglie pagate da vari comuni invece di mandare uomini a quell’impresa.» Sappiamo altresì dagli annali genovesi che Sciacca fu conquistata dagli Angioini.


Anche Agrigento fu assediata dai francesi, dopo la conquista di Sciacca, che vi avrebbero però subito una sconfitta. I Ghibellini, astretti da varie parti, riuscivano ancora a mantenere il controllo di Agrigento, Lentini, Centorbi, Agusta, Caltanissetta.


Gli eventi evolvono con l’assedio di Agusta. Carlo d’Angiò ordina all’Estendart di portarsi a ridosso della città siciliana per il colpo di grazia. Vi si erano insediati 1000 armati e 200 cavalieri toscani che la difendevano valorosamente. Il re fece costruire apposite galee per quell’impresa e le affidò all’Estendart il 29 settembre 1269. L’ordine era di passare a fil di ferro quanti si trovassero nella città. Essa fu presa per il tradimento di sei prezzolati che di notte aprirono una porta. Guglielmo d’Estendart fu feroce: non rispettò «né valore, né innocenza, né ragione d’uomini alcuna.»


Cessata la guerra di Sicilia, Carlo d’Angiò rimise nell’ufficio di Vicario, il 18 agosto 1270, Fulcone di Puy-Richard «con carico di perseguitare i traditori e confiscare loro i beni», annota l’Amari. 


In tale frangente, ebbe dunque a verificarsi lo spossessamento del feudo di Racalmuto che dal “traditore”  Federico Musca passò al fedele - estraneo e francese - Pietro Negrello de Beaumont, chissà se parente dei tanti Beaumont che abbiamo avuto modo di citare.


Sempre l’Amari ci fa sapere che in quel tempo «agli altri fragelli s’aggiunse la fame. In alcuni luoghi di Sicilia il prezzo del grano salì a cento tarì d’oro la salma e anche oltre; nei più fortunati arrivò a quaranta tarì, che vuol dire nei primi almeno al quintuplo, ne’ secondi al doppio o al triplo del valore ordinario.» Non pensiamo che Racalmuto sia stato coinvolto in quella sciagura: le sue ubertose terre avranno fornito pane sufficiente. Ma il nuovo signore de Beaumont avrà potuto razziare a man bassa per le solite speculazioni granarie. Si pensi che anche la vicina Milena - all’epoca chiamata Milocca - finisce in mani di un omonimo: quel Guglielmo di Bellomonte  di cui abbiamo parlato sopra.


Sfogliando i registri angioini, apprendiamo che il padrone di Racalmuto dal 1271 al 1282, Pietro Negrello di Belmonte, era il conte di Montescaglioso e il Camerario del Regno del 1271.  Non pensiamo che il conte di Montescaglioso sia mai venuto a visitare queste sue lontane terre, site in una terra dal nome strano, Racalmuto. Avrà mandato qualche suo amministratore. Solerte, comunque, nello sfruttare quei contadini di origine araba, usciti da non molto tempo dalla condizione di “villani”, una sorta di schiavitù a mezzo tra la servitù della gleba e la remissiva subordinazione della fede cattolica, vigile nell’inculcare il sacro rispetto del padrone per il noto aforisma “omnis auctoritas a Deo”. Ogni autorità vien da Dio. Ed il lontano Negrello era pur sempre un padrone caro al Signore Iddio. Bisognava ubbidirgli e basta, come al ribelle conte di Modica.


 


Racalmuto durante i Vespri Siciliani


 


Dalle brume delle vaghe testimonianze scritte affiora solo qualche brandello delle locali vicende in quel gran trambusto che furono i Vespri Siciliani. Se non bastasse, vi pensò Michele Amari, tutto preso dalle sue passioni irredentiste, a fare del “ribellamento” del 1282, una fantasmagorica epopea della stirpe sicula eroicamente in armi contro ogni dominazione straniera. Niente di più falso: i siciliani (ed ancor più i racalmutesi) sono per loro natura remissivi, acquiescenti, indolenti, propensi a sopportare ogni autorità, la quale - straniera, o indigena, o paesana che sia - sempre sopraffattrice sarà; e va solo subita con il minore aggravio possibile, con il solo, incoercibile, diritto al mugugno (al circolo, o in chiesa, o presso il farmacista o nel greve chiuso della bettola).


Ancor oggi non si ha voglia di dar peso alle acute notazioni del francese Léon Cadier sull’amministrazione della Sicilia angioina.  Il Cadier prende le distanze dall’Amari e secondo Francesco Giunta esagera, specie là dove rintuzza quelli che considera attacchi e calunnie del grande storico siciliano dell’Ottocento: «la ragione di questi attacchi - scrive infatti il francese - e di queste calunnie è facile da capire. Il più bel fatto d’arme della storia di Sicilia è un orribile massacro; per farlo accettare dai posteri, per potere celebrare ancora il ‘Vespro Siciliano’ come un avvenimento glorioso dagli annali siciliani, si è fatto ricadere tutto ciò che questo atto aveva di orribile su coloro che ne erano stati le vittime. Per scusare i carnefici, i Francesi sono stati accusati di ogni sorta di crimini; l’amministrazione francese in Sicilia è stata descritta con le tinte più fosche; Carlo d’Angiò è diventato il più abominevole dei tiranni.»


Ed a noi Racalmutesi del Novecento, il culto dei Vespri ci è stato inculcato sin da bambini, specie con quel reliquario che è il brutto quadro raffigurato nel sipario del teatro comunale.  Leonardo Sciascia - che grande storico non lo fu mai - si produsse nel 1973 in una sua cerebrale superfetazione sul mito del Vespro.  Di rilievo l’inciso: «questo mito [quello del Vespro], che per lui non era un mito ma la storia stessa nella sua specifica oggettività, Amari difese sempre: ma certo rendendosi conto che più si confaceva al carattere della riscossa nazionale che si andava preparando ed al sentimento e al gusto del tempo, quell’altro della congiura dei pochi che accende il furore di molti.» Da parte sua, per Sciascia, era ovvio: «i miti della storia servono più della storia stessa - ammesso possa darsi una storia pura, oggettiva, scientifica.» Ad ogni buon conto, «dirò - è sempre Sciascia che parla  - che tra tutte le ragioni che adduce [l’Amari] per negare la congiura - di documenti, di circostanze concordanti e discordanti - la più persuasiva resta per me quella che dà come siciliano che conosce i siciliani: e cioè che nessuna cosa che è preparata, può avere successo in Sicilia. In quanto non preparato, ma improvviso e rapido e violento come una fiammata, il Vespro è riuscito.»


Se il Vespro fu quella “vampa” sciasciana, a Racalmuto non si avvertirono neppure le più lontane scintille. Non c’era motivo alcuno di ribellarsi. Al padrone Federico Mosca - siciliano, incombente, collerico, predatore - era subentrato Pietro Negrello di Belmonte - colto, lontano, fiducioso nei suoi messi partenopei. C’era da guadagnare, e di certo lucro vi fu: in termini di libertà, di astuzie, di evasione e di elusione. Scoppiato, dopo il Vespro, il grande disordine della generale ribellione, ai racalmutesi tornarono comodi il caos amministrativo e la rapida fuga dei  loro sovrastanti: dal marzo al 10 settembre del 1282, poterono lavorare i campi seminati, mietere, ‘pisari’, non spartire alcunché con il padrone, immagazzinare, alienare, incassare e per intero. Il 10 settembre 1282, arriva da Palermo una missiva  indirizzata “Universitati Racalbuti” [alias Racalmuti] ed è un perentorio ordine dell’aragonese re Pietro a svenarsi in tasse per armare e mandare 15 arcieri: una richiesta da sbalordire, visto che i locali non avranno capito neppure che cosa s’intendesse con quel termine latino di “archeorum”. Ma era una richiesta che un senso esplicito ce l’aveva: l’orgia della libertà era finita; i padroni ritornavano in sella; per i contadini di Racalmuto, gravami, imposte, angarie e sudditanze, non solo come prima, ma più di prima.


Racalmuto - si ripete - sorge dopo l’epurazione saracena di Federico II di Svevia. Federico Musca, o un suo antenato, importa nel nostro Altipiano un certo numero di famiglie, non si sa da dove; con tutta probabilità trattasi di marrani sfuggiti, con repentine conversioni, alle rappreseglie della persecuzione religiosa fridericiana. Sono famiglie di coloni, o divenuti tali per necessità mimetiche. Il Musca non ne dispone come “villani”, visto che quella specie di schiavitù è tramontanta, ma la loro condizione sociale ed economica è molto simile. Hanno giacigli poveri in casupole che spesso coincidono con la disponibilità offerta dagli ampi antri reperibili nel territorio a strapiombo sotto il vecchio Calvario. Ne vien fuori una suggestiva fisionomia di abitato trogloditico, per dirla alla Peri. Ma spesso era il pagliaio a sopperire alle necessità abitative; sorsero le case “copertae palearum” che qualche decina di anni dopo impressionarono l’arcidiacono du Mazel, mandato da Avignone a rastrellare tasse aggiuntive per assolvere da un incolpevole interdetto, comminato per le estranee vicende del Vespro. «Il pagliao - scrive il Peri non ad hoc ma pertinentemente  - non richiedeva scavo in profondità per le fondamenta; e quando erano in pietra le basi erano in grossi pezzi sovrapposti “a secco”, senza ricorso a materiale coesivo. La costruzione si alzava, quindi, con paglia e fogliame impastato con fanghiglia. Costituito abitualmente da un vano non ampio, che accoglieva la famiglia e le bestie collaboratrici e compagne, il pagliaio bastava a offrire riparo dalle intemperie e dava una pur limitata protezione dal freddo e dai raggi del sole. Gli hospitia magna e le mansiones fabbricate “a pietre e calce” (ad lapides et calces), anche nelle città erano e sarebbero rimasti per tempo oggetto di ammirazione nella loro rarità. Non si pretendeva dalle abitazioni durata secolare. E, del corso del tempo e dei tempi dell’esistenza, avevano nozione diversa dalla nostra quegli uomini che l’esposizione ai rigori, la fatica prolungata e l’assoluta mancanza di prevenzioni e di rimedi alle malattie, più precocemente offriva alla falce inclemente della morte. Corpi che la povertà escludeva anche dal rito pietoso della conservazione nella tomba insieme a qualcosa di caro e al viatico verso l’esistenza che non dovrebbe avere fine. Ritornavano, con rapidità, in polvere la debole carne e le fragili abitazioni di quelle generazioni


Il prisco insediamento - se ben comprendiamo i suggerimenti che i successivi riveli sembrano fornirci - avvenne in quella contrada che dopo ebbe a chiamarsi di Santa Margheritella, da sotto il Carmine all’antro di Pannella incluso, dalla Madonna della Rocca sino alle Bottighelle  dell’attuale corso Garibaldi, tra S. Pasquale e la Piazzetta. Poi, le abitazioni si estesero negli altri tre quartieri: San Giuliano, Fontana e Monte.


I racalmutesi tengono molto alla tradizione che vuole la chiesa di Santa Maria come la più antica, risalente addirittura al 1108: una chiesa - si dice - voluta dai Malconvenant, che si indicano come i primi baroni del casale. Non è facile farli ricredere. La ‘notizia’ ha per di più una fonte scritta: quella dell’abate Pirri. Gli storici locali la danno per certa, ed anche i restauratori della chiesa, negli anni ottanta di questo secolo, parlano di facciata “normanna”.


Il Pirri, palesemente, collega la notizia ad un paio di diplomi che si custodiscono tuttora negli archivi capitolari della Cattedrale di Agrigento. L’archivio fu oggetto di studio a cavallo tra il secolo scorso e quello corrente per la nota questione delle decime della mensa vesvovile agrigentina. Fu un feroce alterco fra giuristi incaricati di difendere le ragioni dei grossi agrari della provincia, riluttanti a riconoscere le antiche tassazioni ecclesiastiche, e giuristi, canonici e storici di parte cattolica, tutti alle prese con la dimostrazione che trattavasi di tasse dominicali e quindi di gravami ancora validi.


Nel 1960, il vescovo Peruzzo - ormai, nella quiete voluta dal concordato del 1929 e nella sudditanza alle autorità ecclesiastiche propinata dal consolidato regime democristiano - incaricava il grande paleologo Mons. Paolo Collura di uno studio obiettivo e serio dei tanti vecchi diplomi. La pubblicazione che ne è seguita è pietra miliare per ricerche del genere. Noi siamo andati a cercare quelli che riguarderebbero la chiesa di Santa Maria di Racalmuto ed abbiamo scoperto che non possono attribuirsi al nostro paese. Vi sono, sì, due diplomi del 1108 e vi si parla dei Malconvenant e della fondazione di una chiesa dedicata a S. Margherita, ma è evidente che la località nulla ha a che fare con la nostra Racalmuto .


Si riferisce evidentemente ad alcuni ben specifici di codesti diplomi, il Pirri per fornire notizie su Santa Margherita di Racalmuto, come d'altronde nota lo stesso Collura (). Ma come si può ben vedere, sia per le precisazioni del Collura sia per l'ubicazione dei fondi sia per i toponimi, qui ci troviamo a Santa Margherita Belice (o presso i suoi dintorni) e Racalmuto va senz'altro escluso. () E’, poi,  certo che Racalmuto non appare mai in modo incontrovertibile nel carte capitolari di Agrigento che vanno dalla conquista normanna al 1282. Non è chiaro se ciò sia dovuto ad un tardo affermarsi del toponimo arabo del nostro paese o ad una sua indipendenza fiscale nei confronti della curia agrigentina. Noi, come detto dianzi, propendiamo per la tesi della tarda fondazione del paese di Racalmuto, qualche decennio prima del diploma del 1271 su cui ci siamo soffermati sopra.


Caducata l'attendibilità della fonte documentale del Pirri, si sbriciola la narrazione del nostro Tinebra-Martorana sull'argomento. Il Capitolo II ed il III  che contengono notizie sulla "signoria dei Malconvenant" e su "Santa Margherita Vergine" che corrisponderebbe "alla nostra Santa Maria di Gesù" sono destituiti di fondamento storico. Il Tinebra-Martorana mostra solo un'indiretta conoscenza dell'abate netino. Egli si avvale dell'opera di «Padre Bonaventura Caruselli da Lucca, La Vergine del Monte a Racalmuto» e del «Lessico Topografico siculo di Amico - Tomo 2°, pag.393-4». L'Amico è esplicito nel dichiarare la fonte delle sue notizie sui Malconvenant e su Santa Margherita Vergine: è il Pirri della Not. Agrig.  Il Pirri fu sicuramente indotto in errore dai suoi corrispondenti del Capitolo agrigentino e nasce così la favola di Santa Maria chiesa del XII secolo.


L'avallo di Leonardo Sciascia al lavoro del Tinebra Martorana  ha ormai canonizzato tutte quelle 'pretese' notizie della storia di Racalmuto e non sarà facile a chicchessia rettificarle o raddrizzarle. Malconvenant e chiesetta vetusta di Santa Margherita-Santa Maria saranno usurpazioni storiche cui i racalmutesi non vorrano rinunciare, tant’è che, ancora nel 1986, il padre gesuita Girolamo M. Morreale ribadiva quel falso scrivendo  che, indubitabilmente, «frutto della rinascita normanna fu per Racalmuto il riordinamento del culto. Il conte Ruggero conferì l'investitura di signore delle terre di Racalmuto a Roberto Malcovenant che dopo venti anni dalla liberazione vi fece sorgere la prima chiesa sotto il titolo di S. Margherita vergine e martire, vicino l'attuale cimitero, dotandola di fondi agricoli che convertì in prebenda canonicale. Rocco Pirro colloca l'erezione della chiesa nell'anno 1108 e precisa che avvenne con licenza del Vescovo di  Agrigento, Guarino (+1108)» () Il mendacio storico è proprio duro a morire, se anche un colto ed avveduto gesuita vi incappa or non sono più di dieci anni fa.


Quanto a falsità storiche, ancor più salienti sono quelle che confezionate dal Tinebra Martorana, furono ribollite da Eugenio Napoleone Messana: sono le incredibili avventure della Racalmuto nel crogiuolo della rivolta del Vespro. Vuole il Tinebra Martorana  che nella lotta tra Manfredi di Svevia e Carlo d’Angiò si accodò ai baroni filofrancesi «Giovanni Barresi, signore di Racalmuto. Il quale raccolta quanta gente potè dai suoi vasti vassallaggi di Racalmuto, Petraperzia, Naso, Capo d’Orlando e Montemauro, volse le armi contro il seno della sua stessa patria.» Scoppiata la rivolta del 1282, «Giovanni Barresi, che palesemente aveva seguito la fortuna dei francesi, e durante il loro dominio era stato in auge, ebbe la peggio allorché vennero fra noi gli Aragonesi. Premio meritato, fu spogliato dei suoi domini, che passarono al reale patrimonio. Così la baronia di Racalmuto appartenne per qualche tempo al regio Fisco e poi fu concessa alla famiglia Chiaramonte


 

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