venerdì 8 giugno 2018

Tra la primavera e l’estate del 1919 Ettore Giuseppe Tancredi Messana lascia il noioso studio legale di Racalmuto per approdare al commissariato di Mussomeli. 
Da vice commissario si accinge ad organizzare la vigilanza e la repressione per il mantenimento dell’ordine pubblico in una piazza che se non è ancora quella virulenta alla Genco Russo, non è manco sonnacchiosa dimora di cittadini onesti e remissivi.

La vicenda umana di Mussomeli è molto simile all’appena dismessa Racalmuto. Mussomeli mi ha interessato sia pure marginalmente nella mia mania di ricercatore microstorico della civiltà sicana. Un bel libro di Giuseppe Sorge mi ha fornito ottimi spunti. Ad esempio un privilegio del 1395 che se proprio non Racalmuto riguarda il Castelluccio: trattasi di una delle tante lotterie feudali del Medioevo siciliano. Con privilegio dato in Catania il 15 febbraio IV Ind. 1395, i Martini confermano il Marchesato di Malta e di Gazzo ed altri luoghi, fra i quali Mussomeli, al conte d’Agosta. Fra gli ‘altri luoghi’ emergono la Terra di Naro, il Castello e il feudo di Delia, il Castrum di Sutera, il 'Castrum Musumelis cum terra Manfrele' (sic) e per quel che a noi interessa il feudo Gibillinorum. Indi vengono segnati Castello e Terra di Favara, Castrum et Terra Musarj, Castra Terre et pheuda Montis clarj Guastanella et Misilmeri, Castrum et Terra Miney, Castrum seu fortilicium et feudum de Mungillinii .
Delusione la mia non incontrarvi Racalmuto che a quell’epoca il bel Castrum incoltamente chiamato Chiaramontano c’era, come segnalano le carte vaticane da me consultate. Mi ripago in un certo senso con il ‘conto del segreto Bonfante del 1486’ e siamo in pieno Medioevo sia pure agli sgoccioli. Il Bonfante al punto 11.10 registra ‘lu fegu di Rabiuni lu teni lu Magnificu Baruni di Regalmuto per anni … vinduto per lo Magnifico Signuri Pietro lo Campo unzi trentacincho, uno vitellazzo, una quartara di Burro, e un cantaro di formaggio di pagarisi a Pasqua’. La storia baronale della Racalmuto di questo scorcio del XV secolo è piuttosto buia. Noi non sappiamo chi potesse essere codesto Barone di Racalmuto: forse gli Isfar. Comunque. Le storielle dei Del Carretto che succedono ai Chiaramonte vengono qui smentite. Occorrono studi seri. Le congetture agiografiche che corrono per il momento sono appunto cervellotiche.


Il Bonfante del 1486 recita quanto a Racalmuto al punto 20: 

“Lo fegu di Santo Blasi lu teni Mazzullo di Alongi di la Terra di Regalmuto per anni 3 videlicet quinte Ind. 6 Ind. et 7 Ind. et pri unzi quattordichi quolibet anno uno Crastatu, uno cantaro di formaggio et una quartara di Burru quolibet anno da pagarsi a menzu Septembru et la mitati a la fera di Santu Juliano intendendosi quindi primi poi di Pasqua.”


Ghiotte note di costume e storici squarci dell’economia agreste di quei tempi. Ma non sappiamo nulla di questo ricco racalmutese Mazzullo Alongi. Ad esempio noi non sapremmo che altro aggiungere nei profili prosopografici dei racalmutesi eminenti di ogni tempo. Nessun Alongi pare oggi abitare in quello che tanti chiamano il paese di Sciascia. 

Che Ettore Giuseppe Tancredi Messana si sia lambiccato il cervello in siffatte storie paesane non crediamo: eccelso servitore dello Stato, sì, ma erudito ricercatore microstorico, no di certo.


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