giovedì 11 agosto 2016

Nè Caecilia né Quinctia al Cicolano, ma una consolare sì!
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Siamo costretti ad aderire alla riserva fatta dalla Migliario sia pure per incidens che così si esprime::"non vi sarebbe stata alcuna strada antica di collegamento tra il Cicolano e la piana amiternina, perché il suo percorso avrebbe dovuto valicare la catena del Velino a quote troppo elevate". (v. lil Quaderno n° 3 del Silvi, pag. 64).
Ma la massima attenzione va prestata a questa nota del Lugini (Memorie pagg.58-59 ): "In un documentro dell'anno 1191 in cui si dice che ...l'Imperatore Arrigo VI donava a Stefano abbate Cassinese il monastero di S. Paolo in 'Orthunis' presso il monte Fano (i cui ruderi si osservano nella chiesa Parrocchiale di Collemaggiore, frazione di Borgocollefegato) con tutti fondi, rendite e privilegi ad esso appartenenti; tra i diversi poderi in esso rammentati, ve ne era uno che che posto dappresso la via Consolare 'fundum ad viam Consilatem' ".
Da ciò si può dedurre che una via consolare fosse passata per il Cicolano ai tempi dell'antica Roma. Ci pare però un po' arduo - esaclusa la Caecilia - parlare della via QUINCTIA (Elvira Migliario, Quaderno cit. pagg. 64) che se non prendiamo abbagli transitava per la Toscana.
Siam men che dilettanti e quindi mettiamo le mani avanti. Ma abbiamo una "CARTA COROGRAFICA del Circondario di Cittaducale" antecedente al 1875. Vi sono tracciate le poche e malandate strade che perdurano ab antiquo e i tracciati delle strade da sistematre o addirittura da realizzare. Una pena! Eppure una strada che poteva essere residuale della cennata via consolare c'è: scende da Santa Lucia di Fiamignano e passa appunto per Casalmagguoire. Raggiunto Borgocollefegato, discende per Villerose e le Grotte (se ben leggiamo)- Ci limitiamo qui a farne un vago accenno. Chissà che gli addetti ai lavori non riescano a trarne spunti illuminanti.
Calogero Taverna
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Lillo Taverna

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Ducato di Spoleto

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Ducato di Spoleto
Ducato di Spoleto - Stemma
Ducato di Spoleto - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome completoDucato di Spoleto
Lingue parlatelatino, longobardo (almeno fino al VII secolo)
CapitaleSpoleto
Dipendente daSacro Romano Impero
Politica
Forma di governomonarchia assoluta
(ducato)
Ducaelenco
Nascita570 con Faroaldo I
Causaripartizione del regno in ducati (Periodo dei Duchi)
Fine1198 con Corrado di Urslingen
Causaannessione da parte di Carlo Magno
Territorio e popolazione
Bacino geograficoItalia centro-orientale
Territorio originaleSpoleto, Rieti, L'Aquila, Avezzano, Sulmona, Norcia, Ascoli Piceno, Camerino
Massima estensione22.500 km² circa
nel X secolo
Popolazione100.000 abitanti circa
nel X secolo
Economia
Valutapropria
Risorseartigianato, agricoltura, allevamento
Commerci conducati vicini
Religione e società
Religioni preminenticattolicesimo
Classi socialinobiltà, clero, artigiani, contadini
Ducato di Spoleto - Mappa
Evoluzione storica
Preceduto daCorona ferrea.png Regno longobardo
Succeduto daFrankish gold Tremissis imitation of Bizantine Tremissis mid 500s.jpg Regno franco
Il Ducato di Spoleto fu uno dei ducati istituiti dai Longobardi in Italia e sopravvisse a lungo dopo la caduta del Regno longobardo (774), passando sotto il controllo dei Franchi prima e della nobiltà pontificia poi, fino al 1198. Insieme al Ducato di Benevento costituiva la Langobardia Minor. Il ducato comprendeva inizialmente parti delle odierne regioni di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. In epoca successiva, con lo stesso nome, ma in ambito territoriale già minore, venne annesso allo Stato Pontificio, divenendone poi una provincia.
La penetrazione longobarda nell'Italia centro-meridionale, tradizionalmente considerata coeva o immediatamente successiva alla conquista del settentrione (Langobardia Maior) condotta da Alboino nel 568-569, è dalla storiografia moderna ritenuta leggermente successiva. La carenza di fonti sul periodo impedisce conclusioni certe, ma l'orientamento predominante colloca la conquista di Spoleto da parte di Faroaldo I e la conseguente fondazione del ducato nei primi anni del Periodo dei Duchi (574-584)[1], forse nel 576[2].


Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Langobardia Minor.
I confini del ducato furono spesso incerti e mutarono ripetutamente durante la durata del Regno longobardo; il suo nucleo stabile, comunque, confinava ad est con il Mare Adriatico, a sud con il Ducato di Benevento (anch'esso longobardo) e per il resto con l'Esarcato d'Italia bizantino: a ovest con il cosiddetto Patrimonium Petri (appartenente alla Santa Sede), a nord con il Corridoio Bizantino che univa Roma a Ravenna e a nord-est con la Pentapoli bizantina. Appare perciò evidente l'importanza strategico-militare della capitale Spoleto, con i gastaldati di appartenenza e Spello, Assisi e Terni. Il ducato era diviso in dieci gastaldati:
  1. Rieti;
  2. Marsi (Avezzano);
  3. Forcona (L'Aquila);
  4. Valva (Sulmona);
  5. Penne;
  6. Spoleto;
  7. Nocera Umbra;
  8. Norcia;
  9. Ascoli Piceno;
  10. Camerino[3].
La sua popolazione complessiva, secondo alcuni storici, si aggirava nel X secolo intorno ai centomila abitanti e la superficie a 5000 chilometri quadrati circa[4].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il ducato all'interno del Regno longobardo (570-774)[modifica | modifica wikitesto]

VI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Anche dopo la conclusione del Periodo dei Duchi e la restaurazione di un'autorità regia centrale con Autari (584), il ducato di Spoleto, retto da Faroaldo I fino al 591[2], restò sostanzialmente indipendente[5]. Il duca, dopo aver restituito al papa Benedetto I le proprietà terriere spoletine usurpate al monastero di San Marco in Pomeriis, ricevette in cambio il consenso pontificio per occupare con le sue milizie il territorio di Classe[6], il più importante porto marittimo dell'Adriatico, con la presenza del forte richiamo religioso di Sant'Apollinare in Classe, basilica già consacrata nel 547 e una delle più significative dell'architettura bizantina.
Faroaldo, contrastato dall'esarca di Ravenna, Smaragdo, subì una grave sconfitta e venne sostituito da Ariulfo o Ariolfo (591-600[2]), che proseguì l'espansione militare a danno dei Bizantini[7], rafforzando l'autonomia del ducato che fu quindi in grado di scegliere autonomamente i propri sovrani, anche prescindendo dalla volontà regia[8].
Nella contesa per la supremazia del potere tra l'istituzione imperiale dell'Esarcato di Ravenna e il nuovo assetto territoriale determinato dall'occupazione longobarda si inserì il papato, che seppe legittimarsi come forza mediatrice del conflitto grazie alla grande personalità di Gregorio Magno (590-604), pur bisognoso di protezione dei governi dominanti per realizzare le proprie finalità spirituali, non prive di interessi terreni, miranti all'accrescimento del Patrimonio di san Pietro.

VII secolo[modifica | modifica wikitesto]

Nel VII secolo il territorio fu retto da Teudelapio (600-653) e Trasamondo I (663-700 circa)[9]. Nel 662 il ducato appoggiò l'usurpazione di Grimoaldo, duca di Benevento, ai danni di Pertarito e Godeperto[10]. Con la conversione dei Longobardi al cattolicesimo, dopo quella regale di Agilulfo e Teodolinda, il ducato si aprì all'opera missionaria romana, dove tuttavia ebbe esiti scarsamente attestati[11]. Tuttavia, fu proprio all'interno del ducato di Spoleto che, intorno al 680, sorse il più grande monastero longobardo dell'Italia centrale: l'abbazia di Farfa, in Sabina[12].

VIII secolo[modifica | modifica wikitesto]

Alla morte di Trasamondo I il ducato passò al figlio Faroaldo II[13]. Durante il regno di Liutprando, re dal 712, Faroaldo occupò il porto di Classe, ma il monarca, che perseguiva con determinazione una politica di accentramento e consolidamento del potere centrale reprimendo la dura opposizione dei ducati della Langobardia Minor, gli ordinò di restituirlo ai Bizantini (712 o 713)[14]. Contro il duca insorse il figlio, Trasamondo II, che gli impose il ritiro in un monastero e ne prese il posto[15], anche se è possibile che la deposizione di Faroaldo risalga al 710[9], quindi prima dell'ascesa al trono di Liutprando. Una leggenda riporta che nel 705 Faroaldo II era divenuto protettore di san Tommaso di Farfa[16], al quale avrebbe donato terreni e risorse per la ricostruzione dell'abbazia di Farfa, distrutta dai Longobardi sul finire del secolo precedente; il duca stesso si sarebbe poi ritirato nel monastero di San Pietro in Valle, presso Ferentillo (che tuttora conserva alcune tombe ducali), morendovi nel 728[17].
Il ducato nell'Italia longobarda
Nel 717 Liutprando, che aveva ripreso un'azione militare volta a estendere il dominio longobardo in Italia, attaccò Ravenna e Trasamondo ne approfittò per occupare Narni, ma quando, nel 724, il re provocò papa Gregorio II a Roma, trovò la resistenza dei duchi autonomisti della Langobardia Minor[18]; gli spoletini si opposero a Liutprando sul ponte Salario, contribuendo alla sconfitta del sovrano[19]. Si creò così un'alleanza tra Spoleto, Benevento e il Papato, legati dal comune interesse a contrastare il rafforzamento di Liutprando, che quindi si alleò a sua volta con l'esarca Eutichio al quale era accomunato, in quel frangente, dalla volontà di ricondurre sotto il potere legittimo i potentati indipendentisti dell'Italia centro-meridionale. Liutprando marciò quindi su Spoleto, l'occupò e ottenne la sottomissione di Trasamondo e di Romualdo II di Benevento[20]. Nel 739, Liutprando invase ancora il territorio romano; per la seconda volta il pontefice ricorse all'aiuto di Trasamondo. Il conflitto venne risolto definitivamente dal papa Zaccaria che nel 742 riuscì ad ottenere da Liutprando la restituzione di tutte le fortezze occupate[21]. Il ribelle Trasamondo venne deposto e rinchiuso in un monastero e Liutprando lo sostituì con il suo nipote, Agiprando[22].
Nella seconda metà dell'VIII secolo la tradizionale autonomia politica del ducato venne contenuta dai successori di Liutprando, che alla sua morte (744) avevano lasciato il Regno longobardo all'apice della potenza e della coesione: gli ultimi re longobardi continuarono quindi a opporsi all'eccessiva frammentazione del particolarismo ducale[23]. Anche Rachis, seppure sovrano debole rispetto al grande predecessore, fu in grado di imporre a Spoleto un duca a lui fedele: Lupo[24]. Proprio questa fedeltà costò il ducato a Lupo, che nel 751 fu deposto dal nuovo sovrano Astolfo (749-756) che assunse in proprio la reggenza[25]; alla morte di Astolfo la popolazione spoletina acclamò nuovo duca Alboino, sostenuto anche da papa Stefano II (752-757) che, avendo constatato la rottura della tregua con i Longobardi, richiese l'intervento armato dei Franchi[26].
Nel 758 Alboino venne attaccato e sconfitto dal nuovo re Desiderio (756-774) che, in continuità con la politica accentratrice di Astolfo, depose il duca, governando inizialmente anch'egli il ducato in prima persona per affidarlo, in seguito, prima a Gisulfo[26] (759[9]) e poi a Teodicio[27].
Nel 774, dopo la definitiva sconfitta di Desiderio ad opera di Carlo Magno, mentre si persero notizie di Teodicio, citato in quel periodo nel Regesto Farfense come protettore di quell'abbazia[28], alcuni spoletini si recarono a Roma e, attraverso il taglio simbolico dei capelli, fecero atto di sottomissione a papa Adriano I (772-795); con nomina pontificia, il duca Ildeprando prestò giuramento di fronte al Papa e fece del ducato, sostanzialmente, un feudo del Patrimonio di san Pietro[29]; la tradizionale cerimonia longobarda del Gairethinx, in occasione dell'elezione del duca, rimase definitivamente affidata alla storia. Il ducato ebbe notevole fortuna, dato che i Longobardi controllavano la via Flaminia, importante arteria di transito tra Roma e l'ex Esarcato, oltre a quella del cosiddetto "Corridoio Bizantino"[30].

Il ducato dopo la caduta del regno (774-1198)[modifica | modifica wikitesto]

Con il crollo del dominio longobardo dovuto alle campagne militari dei re franchi Pipino il Breve (755-756) e Carlo Magno (771-774), il ducato di Spoleto cadde sotto la loro sovranità. Il papato, principale alleato dei franchi, divenne importante nella vita del ducato, tendendo a nominare o comunque favorire duchi "francofili". Il primo di questi duchi franchi, dopo Ildeprando (774-789), duca e governatore papale con il quale finisce il dominio longobardo, fu Guinigisio I, duca e marchese che resse il ducato dal 774 all'788 e che «[...] rappresentava il potere imperiale nell'intera Italia centrale e per incarico di Carlo interveniva anche nella vita politica di Roma»[31].
Moneta di Guido III
Dall'880 fu duca Guido II (880-894), anche lui di stirpe franca, che nell'885 sconfisse i Saraceni sul Garigliano[32] e poi nell'889 anche Berengario del Friuli. Guido fu quindi incoronato re d'Italia da papa Stefano V e poi sacro romano imperatore nell'891 da papa Formoso, associando al potere il figlio Lamberto. Guido II morì nell'894. Anche Lamberto, associato al padre Guido sul trono d'Italia nell'891, dopo tre anni venne incoronato imperatore da Formoso[33]. Confermato imperatore legittimo anche dal sinodo dei vescovi a Ravenna, morì nell'898 per una caduta da cavallo durante una battuta di caccia.
Agli inizi del X secolo fu duca di Spoleto Alberico I, nobile germanico che si inserì negli ambienti dell'aristocrazia romana e sposò Marozia, figlia dell'alto funzionario pontificio Teofilatto. Marozia fu la figura femminile più influente nella politica del Regnum Italiae fino al 932 quando, sposatasi per la terza volta con il cognato Ugo di Provenza, venne imprigionata nella fortezza di Castel Sant'Angelo dal suo stesso figlio Alberico II, nuovo dominus di Roma.
Nel 1155, dopo l'incendio della città di Spoleto ad opera di Federico Barbarossa, l'imperatore nel 1177 affidò il controllo del territorio ducale a Corrado di Urslingen, che fu nominato duca di Spoleto (e sarà l'ultimo, 1177-1198) e conte di Assisi. Alla famiglia del nuovo duca Costanza d'Altavilla affidò la tutela del neonato Federico II[34]. Con l'elezione di papa Innocenzo III nell'intera Umbria incominciò a delinearsi lentamente la trasformazione del primitivo Patrimonium Petri, ingrandito dalle cospicue donazioni imperiali, verso la forma definitiva di Stato Pontificio: «Le Recuperationes territoriali innocenziane operate nella marca d'Ancona e nel ducato di Spoleto, oltre che ad ampie concessioni amministrative come l'elezione dei consoli già sperimentate dal Barbarossa, furono improntate al legato pontificio insieme a una politica di persuasione delle popolazioni, basata sul convincimento della supremazia morale della Chiesa nei confronti della tirannide imperiale[35]».
Dopo varie vicissitudini, che videro i confini del ducato modificati e i suoi territori di volta in volta separati o uniti alla marca d'Ancona e alla Romagna, nel 1198 il ducato di Spoleto entrò a far parte dello Stato Pontificio, a parte un breve ritorno agli imperiali, dal 1222 al 1228, con Bertoldo e Rainaldo di Urslingen[36]. Il ducato continuò per molto tempo, sebbene ridotto di territorio, a esistere come entità amministrativa autonoma nello Stato della Chiesa: infatti Lucrezia Borgia, con un breve pontificio del 15 agosto 1499, fu nominata governatrice del ducato di Spoleto[37].
L'ultima persona che si fregiò del titolo, seppure nominale, di duca di Spoleto è stato Aimone di Savoia, quarto duca d'Aosta (1900-1948).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Jarnut, p. 34
  2. ^ a b c Rovagnati, p. 114
  3. ^ Gregorio da Catino, Regestum Farfense, passim.
  4. ^ Ignazio Giorgi e Ugo Balzani (a cura di), Il regesto di Farfa compilato da Gregorio di Catino, pp. 42-44, Società Romana Storia Patria, Farfa 1879.
  5. ^ Jarnut, p. 39
  6. ^ John N.D. Kelly, Vite dei Papi, p. 117.
  7. ^ Jarnut, p. 41
  8. ^ Jarnut, p. 49
  9. ^ a b c Rovagnati, p. 115.
  10. ^ Jarnut, p. 57
  11. ^ Jarnut, p. 69
  12. ^ Jarnut, p. 127
  13. ^ Paolo Diacono, Historia Langobardorum, VI, 30.
  14. ^ Jarnut, p. 87
  15. ^ Paolo Diacono, VI, 44.
  16. ^ Grasselli-Tarallo, Guida ai monasteri d'Italia, p. 355.
  17. ^ La storia, Mondadori, p. 625
  18. ^ Jarnut, p. 88
  19. ^ Paolo Diacono, VI, 49.
  20. ^ Jarnut, p. 89.
  21. ^ O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, p. 481.
  22. ^ Jarnut, p. 93
  23. ^ Jarnut, p. 94
  24. ^ Jarnut, p. 109
  25. ^ Jarnut, p. 113
  26. ^ a b Jarnut, p. 119
  27. ^ P.M. Conti, Il ducato di Spoleto e la storia istituzionale dei Longobardi,p. 315.
  28. ^ Saracco Previdi, p. 26
  29. ^ Jarnut, p. 125
  30. ^ Conti, p. 41.
  31. ^ Keller, p. 119
  32. ^ Kelly, p. 198.
  33. ^ Successivamente questi, a morte già avvenuta, fu accusato di tradimento dalla famiglia di Lamberto e subì quel singolare processo ricordato dalla storia come "Sinodo del cadavere".
  34. ^ L. Bonazzi, Storia di Perugia (1875), p. 196.
  35. ^ Atti del IV Convegno di Studio Dal Patrimonio di San Pietro allo Stato Pontificio, pp. 72-73.
  36. ^ Bonazzi, p. 220.
  37. ^ Archivio di Stato di Spoleto, Reformationes, anno 1499, fol, 93 r-v.[senza fonte]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura storiografica[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., La storia, Vol. IV, Novara, Mondadori, 2007.
  • O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, in Storia di Roma, Bologna, 1941, V, IX.
  • G. Bognetti, L'età longobarda, vol. III, Milano, 1967, p. 441 sgg.
  • P.M. Conti, Il Ducato di Spoleto e la storia istituzionale dei Longobardi, Spoleto, 1982.
  • Lidia Capo. Commento a Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di Lidia Capo, Milano, Lorenzo Valla/Mondadori, 1992, ISBN 88-04-33010-4.
  • A. Falce, La formazione della Marca Tuscia, Firenze, 1930.
  • Ignazio Giorgi e Ugo Balzani (a cura di), Il regesto di Farfa compilato da Gregorio di Catino, Voll. I-V, Roma, Soc. romana di storia patria, 1914 [1879].
  • Grasselli, Tarallo, Guida ai monasteri d'Italia, Asti, 2007.
  • Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 88-464-4085-4.
  • John N.D. Kelly, Vite dei Papi, Casale Monferrato, Piemme, 2000.
  • Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2002, ISBN 88-7273-484-3.
  • Emilia Saracco Previdi, Tra Roma Farfa e Fermo, Ascoli Piceno, 1990.

Atti[modifica | modifica wikitesto]

  • Dal Patrimonio di San Pietro allo Stato Pontificio, Atti del convegno di studio svoltosi in occasione della quarta edizione del "Premio internazionale Ascoli Piceno" (Ascoli Piceno, 14-16 settembre 1990), Centro italiano di studi sull'alto medioevo, 2000.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

TIZIANO GIOVANNELLI
Gualdus S. Angeli
in flumine
1
(RF II, d. 48 = Chron. I, 153)
La prima attestazione che confermi la presenza di un gualdo
2
nel territorio cicolano è
riferibile al 761, anno in cui il duca di Spoleto Gisulfo decide di
cedere
[...]
medietatem
de gualdo nostro qui est positus in finibus cicolanis
,
et dicitur ipse gualdus ad sanctum
angelum in flumine
all’abbazia di Farfa. Nello stesso documento farfense si aggiunge che
nel territorio di pertinenza del gualdo è presente una chiesa (
quae ibi est
), dedicata ancora
a sant’Angelo: Gisulfo decide di donare dunque, la metà del possedimento ducale
cum
ipsa ecclesia
e si aggiunge, in riferimento allo stesso fondo e alla chiesa,
cum omnibus
adiacentiis et pertinentiis suis in integrum
. La zona interessata è stata rintracciata nei pres-
si della frazione di Fiumata, nel territorio dell’attuale comune di Petrella Salto.
La presenza di un gualdo presuppone una determinata morfologia del territorio, in
quanto esso sta ad indicare un fondo destinato prevalentemente a sfruttamento silvo-pasto-
rale
3
. A giustificare tale tesi ci soccorre lo stesso documento (ma più in generale l’organiz-
zazione globale dell’intero Cicolano per quel che concerne lo sfruttamento del territorio
4
):
vi è citato un
archiporcarius
, Lupo, un responsabile locale, evidentemente legato all’alle-
vamento dei maiali, lasciati spesso al pascolo semiselvaggio nei boschi
5
. A rafforzare
1
Su S. Angelo in flumine: E. M
IGLIARIO
Uomini, terre e strade. Aspetti dell’Italia centroappenninica fra
antichità e alto medioevo, Bari 1995 pp. 34-38, d’ora in poi M
IGLIARIO
1995; A.R. S
TAFFA
L’assetto ter-
ritoriale della Valle del Salto fra la tarda antichità ed il medioevo, in “Xenia”, 13 (1987), pp. 58-59,
d’ora in poi S
TAFFA
1987. Si veda anche S.P. B
RUNTERC
H
, Les circonscriptions du Duche de Spolete
du VIII
e
au XII
e
siecle, in Atti del 9° congresso internazionale di studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 27
settenbre-2 ottobre 1982, Spoleto 1983, pp 207-230; in particolare la pag. 221. Per le carte di Farfa si
seguano le convenzionali abbreviazioni:
Liber gemniagraphus sive cleronomialis Ecclesiae Pharphen-
sis
, più noto come Regesto, disponibile nell’edizione a cura di I. G
IORGI
e U. B
ALZANI
, Il Regesto di
Farfa compilato da Gregorio di Catino, Roma 1872-92 (voll. II, III, IV, V) e 1914 (vol. I), d’ora in poi
RF; Il
Chronicon Farfense
nell’edizione a cura di U. B
ALZANI
, Roma 1903, d’ora in poi Chron.;
Liber
Largitorius vel Notarius Monasterii Pharphensis
, edito da G. Z
UCCHETTI
nella serie
Regesta Chartarum
Italicarum
, Roma 1913, d’ora in poi LL; il
Liber Floriger
, edito da M.T. Maggi Bei, Roma 1984, d’ora
in poi LF.
2
Si noti bene che il gualdo di S. Angelo
in flumine
non è l’unico nel Cicolano menzionato dalle carte di
Farfa. Non si è infatti finora notato che in RF II, d. 251 (= Chron. I, 185), documento dell’821 è riportata
la menzione (ma solo la menzione) di un
gualdus Patianus in massa eciculana
altrimenti sconosciuto.
3
Sulla diffusione dei gualdi nel territorio reatino, in particolare nell’area sabino-tiberina, si veda E.
M
IGLIARIO
,
Strutture della proprietà agraria in Sabina dall’età imperiale all’alto medioevo
, Firenze
1988, d’ora in poi M
IGLIARIO
particolare le pp. 42-43, sul gualdo di san Giacinto nei pressi di Farfa.
4
Si veda D. R
OSE
,
Quadro produttivo e forme di insediamento nell’Alta Valle del Salto (Cicolano)
, in
Rivista di Topografia Antica (JAT= Journal of Ancient Topography), XII (2002), pp. 169-196.
5
Non è questa l’unica attestazione di una carica riferibile alle attività di pascolo nel Cicolano: nel 786 il
clericus Hildericus
, tra le tante donazioni fatte all’abbazia di Farfa, offre anche
in aeciculi casam Gra-
24
questa tesi, nel documento si afferma che la restante metà del gualdo è occupata da un
grande bosco di castagni
qui dicitur Sessiale
6
ugualmente concesso all’abate di Farfa.
Dunque il gualdo di Sant’Angelo si presenta come un grande fondo ducale dominato dalla
presenza di boschi di castagno (e forse di querce) all’interno dei quali è verosimile che vi
fossero lasciati al pascolo semi-selvatico quegli stessi maiali che presuppongono la presen-
za di una precisa gerarchia di
porcarii
e
archiporcarii
, altrimenti non giustificabile.
La formazione artificiale dell’invaso del Salto nel 1940, rende oggi impossibile la rico-
gnizione e l’indagine archeologica circa il sito del gualdo di Sant’Angelo e della stessa
chiesa. Le acque dell’attuale lago hanno sommerso, infatti, il centro medievale che non è
più ispezionabile: il paese moderno di Fiumata altro non è che la ricostruzione del vecchio
centro più a monte
7
e la stessa chiesa è stata ricostruita in un sito diverso, ma ha mantenu-
to la stessa dedicazione.
La chiesa di sant’Angelo dunque, dovrebbe essere stata costruita a fondo valle, centro
amministrativo e religioso insieme della piccola comunità locale. È assai probabile che la
sua fondazione sia di molto anteriore alla prima menzione del 761. La dedicazione a San
Michele Arcangelo porta immediatamente a ipotizzare una sua edificazione avvenuta nella
prima fase di penetrazione longobarda: il legame strettissimo tra le alte gerarchie longo-
barde e il culto dell’Arcangelo è stato ampiamente accertato
8
. L’esistenza di epigrafi
romane
9
nei pressi della vecchia chiesa sommersa ha fatto pensare che il sito possa essere
stato occupato fin da età romana
10
e che la chiesa possa essere molto antica. In questo
caso la dedicazione all’Arcangelo avvenuta in età longobarda, potrebbe averne sostituita
una precedente. Secondo lo Staffa la chiesa sarebbe poi stata incendiata e distrutta
a gente
Sarracenorum
e poi restaurata nel 923
11
.
tiosuli pecorarij cum pecoribus capita cc
(RF II d. 143); nell’813, tra le donazioni fatte da Elina,
ancil-
la Dei
, si riportano anche tre
opiliones
,
Teudemundus
,
Traso
e
Alemundus
, tutti residenti a Cliviano con
le loro famiglie (RF II d. 201). Per l’organizzazione territoriale e per quella amministrativa del ducato
di Spoleto, e sul ruolo dell’
archiporcarius
e del
porcarius
si veda S. G
ASPARRI
,
Il ducato longobardo di
Spoleto. Istituzioni, poteri, gruppi dominanti
, in
Atti del 9° congresso internazionale di studi sull’Alto
Medioevo, Spoleto 27 settenbre-2 ottobre 1982
, Spoleto 1983, pp. 72-122.
6
Lo stesso castagneto è riportato anche in LF, p. 308, n. 610, ma non si aggiunge nulla in più rispetto a
RF II, d. 48.
7
Nei mesi estivi, in cui il livello delle acque del lago scende sensibilmente, è ancora possibile osservare
il campanile e gli edifici più alti del vecchio paese.
8
Tra la sconfinata bibliografia: A. P
ETRUCCI
,
Origine e diffusione del culto di san Michele nell’Italia
medievale
, in
Millénaire monastique du Mont Saint-Michel
, III, Parigi 1971; S. G
ASPARRI
,
La cultura
tradizionale dei Longobardi. Struttura tribale e resistenze pagane
, Spoleto 1983, pp. 155-161; utilissi-
mo al nostro discorso è un recente contributo di Tersilio Leggio che analizza il culto dell’Arcangelo nel
reatino nell’età medioevale: T. L
EGGIO
,
Il culto per san Michele nella Sabina longobarda durante il
medioevo
, in
delle Acque. La chiesa di San Michele Arcangelo al borgo di Rieti
, Terni 2003, pp. 11-46
(d’ora in poi L
EGGIO
2003). Per le prime testimonianze di culto in Sabina e per il gualdo di Sant’Angelo
in flumine
in particolare si vedano le pp. 15-18. Per la diffusione del culto dell’Arcangelo in Abruzzo è
ora disponibile: G. M
ARUCCI
,
L’Arcangelo
(Antropologia e Storia 4), Roma 2003.
9
CIL IX 4142, perduta.
10
S
TAFFA
1987, pp. 58-59.
11
LL I, doc. 314; S
TAFFA
1987, pp. 58-59. La notizia sembra però, poco attendibile. Nel documento non
si fa mai esplicita menzione né del luogo di edificazione e né della dedicazione della chiesa in questio-
25
Il sito, comunque, risulta geograficamente posto in un punto di passaggio importante
per tutta l’area: assolutamente centrale rimane infatti il ruolo del fiume Salto non solo per
l’età romana, ma per tutto il medioevo
12
. Numerosi studi compiuti nel tentativo di deli-
neare esaustivamente la rete di strade già d’età romana per il Cicolano hanno accertato con
una buona precisione la presenza di un asse viario di notevole importanza per la zona: è
molto probabile che sulla sponda destra del fiume Salto sia rintracciabile una antica strada
che, anch’essa sommersa dal lago, un tempo ne seguiva il corso, passando ovviamente per
il centro del gualdo
13
, giungendo più a sud fino a
Nersae
, centro principale di età romana
della
Res Publica Equicolanorum
.
La stessa strada correva parallelamente ad un secondo asse viario che dal sito di
Cliter-
nia
giungeva presso la Cella di San Benedetto e da lì deviava per raggiungere la via Sala-
ria più a nord: le due vie erano sicuramente tra loro collegate da diverticoli minori.
Queste brevi osservazioni (effettuate sulla base dei pochi documenti in nostro possesso
e, purtroppo, non supportate da eventuali indagini archeologiche rese impossibili dalla pre-
senza delle acque del lago) consentono comunque di capire quanto il gualdo di Sant’Ange-
lo sia centrale nell’assetto almeno altomedievale della Valle del fiume Salto, e dal punto di
vista religioso e da quello economico. A supporto di questa tesi vi sono le attenzioni che il
sito ha avuto dai longobardi prima e dai farfensi poi, senza dimenticare la quasi certa fre-
quentazione della zona già in età romana. La presenza dell’acqua, quella poi di un centro
religioso di riferimento per le locali comunità donato a Farfa
cum omnibus adiacentiis et
pertinentiis suis
, l’attestazione di boschi di castagni e non da ultimo la presenza di una pre-
cisa gerarchia di pastori-allevatori fanno del gualdo di Sant’Angelo
in flumine
un nucleo
insediativo di riferimento sia per la
cura animarum
che per l’organizzazione economico-
rurale di tutta la zona.
Il culto per l’Arcangelo nel Cicolano porta poi ad una importante osservazione: oltre al
sito di Fiumata, ancora due sono le attestazioni di centri religiosi al santo dedicati, tutti di
straordinaria importanza per la zona, non solo dal punto di vista religioso ma economico e
sociale insieme: parliamo di Sant’Angelo
in vatica
14
presso Civitella di Pescorocchiano
presso cui sono state intraprese importanti campagne di scavo che hanno attestato l’esi-
stenza di un santuario pagano preesistente alla chiesa medievale e Sant’Angelo
in cacumi-
ne. Staffa lo associa alla chiesa di sant’Angelo
in flumine
, in base alla sola indicazione di una
ecclesia
sancti Angeli in gualdo
presente nell’indice del
Liber Largitorius
. Mi sembra difficile l’identificazio-
ne, anche perché la chiesa di sant’Angelo nel Cicolano è sempre detta
in flumine
nei documenti farfen-
si e mai
in gualdo
.
12
Vedi D. R
OSE
,
Quadro produttivo e forme di insediamento nell’Alta Valle del Salto
, cit., p. 179, per le
attività connesse con il fiume.
13
M
IGLIARIO
1995, pp. 77-78 e tavola 10.
14
Per Sant’Angelo
in vatica
si veda: G
ROSSI
G.,
Insediamenti italici nel Cicolano: territorio della “
res
publica Aequicolanorum
, L’Aquila 1984, pp. 55-63; F
ILIPPI
G.,
Recenti acquisizioni su abitati e luo-
ghi di culto nell’
Ager Aequicolanus, in “Archeologia laziale” VI, 1984, pp. 171-172; A.R S
TAFFA
,
Strutture di età romana in opera poligonale a S. Angelo di Civitella (Pescorocchiano)
, in “il Territo-
rio”, III (1986), pp. 265-273; G. A
LVINO
,
Santuari, culti e paesaggio in un’area italica: il Cicolano
, in
Archeologia Laziale XIV, Quattordicesimo incontro di studio del Comitato per L’Archeologia Laziale
(Quaderni di Archeologia Etrusco - Italica, 24, Roma 1996, pp. 477-483 (con in appendice J. D
E
G
ROS
-
SI
M
AZZORIN
,
Indizi di pratiche cultuali nel santuario di Pescorocchiano attraverso l’analisi dei resti
faunistici
, pp. 484-486).
26
ne montis
15
sul monte Aquilente sopra Fiamignano anch’esso sorto su un santuario paga-
no preesistente. Il primo sorge nei pressi di
Nersae
, come già detto, centro amministrativo
principale della zona già in età romana; il secondo presso un passo montuoso naturale fre-
quentato dalle mandrie in movimento durante la transumanza.
Senza entrare nello specifico dei due siti, si è voluto citarli per notare come la dedica-
zione all’Arcangelo nel Cicolano denoti sempre luoghi che abbiano avuto per la comunità
un’importanza centrale nell’organizzazione cultuale-religiosa ed economico-aggregativa
insieme.
15
Per Sant’Angelo
in cacumine montis
si veda: F
ILIPPI
G.,
Recenti acquisizioni su abitati e luoghi di
culto nell’
Ager Aequicolanus, cit., pp. 174-175; A. M
ORANDI
,
Epigrafia latino-italica del Cicolano
.
Per una definizione etnica degli
Aequicoli, in “Archeologia Classica”, 36, 1984, pp. 318-328.
27
ROBERTO MARINELLI