domenica 24 settembre 2017

Microstoria di Riesi per la penna del Ferri
gravi delitti
Fra i numerosi, gravi delitti che succedevano, ne scegliamo alcuni avvenuti sulla fine del secolo scorso, ai nostri giorni; non già per impressionare, ma per narrare dei fatti di sangue. La penna si rifiuta a descriverli, ma nostro dovere di notarli, giacché sono stati di dominio pubblico; essi appartengono alla storia, alla nostra storia: purtroppo, non possiamo negarli ne tacerli, è così!
Il primo e quello del 1891, delitto avvenuto nella miniera Tallarita la sera d 22 Agosto.
Tal Giovanni Piantone, borgomastro, dalla Lombardia, era venuto qui con la famiglia come sorvegliante dei lavori interni ed esterni della miniera presso l’Amministrazione francese. Uomo buono, lavoratore, era alla mano di tutti e i superiori lo stimavano. La domenica in Riesi, amava farsi il bicchiere con gli amici zolfatai.
Col frutto del suo lavoro si aveva fabbricato la casetta di fronte al Carcere vecchio; manteneva la famiglia discretamente, si era affezionato al nostro paese. Pero durante la settimana il più delle volte si restava in miniera, dormendo in una misera casuccia sopra un pagliericcio. Sincero, generoso offriva da bere a questo e a quello degli amici. Tutti lo salutavano e lo rispettavano.
Or una sera, terminato il suo lavoro, Don Giovanni Piantone sali alla botteguccia ordinando la Cena. Egli si sedette al fresco sulla panca, aspettando di prendere il boccone. Apparecchiata la tavoluccia, messa su la bottiglia, il Piantone cominciò a mangiare. Quando meno se l’aspettava, un colpo di pistola lo prese in pieno petto, facendolo stramazzare a terra senza poter dire: Cristo aiutatemi. Alla detonazione, nessuno vi fece caso, usi come si è a sparare dentro e fuori la miniera: solo il trattore scese abbasso gridando: “Hanno ammazzato a Piantone!...”. Erano verso le undici, svegliatisi impiegati, Direttore e Ingegneri, videro il cadavere disteso a terra, immerso in una pozza di sangue; in questo mentre salirono gli operai dall’interno, e visitando il freddo cadavere, se ne vennero a casa spaventati, addolorati.
La triste notizia giunse a Riesi dopo la mezzanotte. Moglie e figli di piangenti, corsero sul luogo. Fattosi giorno, dopo le constatazioni di legge, il cadavere venne trasportato a Riesi, dove fu seppellito nel nostro nuovo Cimitero che trovasi alla passata della miniera. Una croce e il nome ricordano il delitto del povero Giuvanni Piantone che non fu rivendicato dal la giustizia umana.
Quale il movente del delitto chi sono stati gli autori? Non si seppe nulla!. Si fecero degli arresti ed indizi, ma non si venne a capo di nulla.
L’altro delitto ancor più efferato avvenne la sera dell’8 Ottobre 1901 in persona del cav. Gaetano Bartoli Inglesi, suo figlio e il campiere. Il Bartoli, che aveva sposato la figlia del Sindaco D’Antona, ereditando il palazzo e la estesa proprietà dei genitori e una vistosa dote, era il più ricco del paese. Messa su casa, accudiva alla famiglia e ai suoi averi.
Ma dei masnadieri – chiamiamoli cosi, con questo nome - i delinquenti nati, ne insidiarono l’esistenza. Essi con lettere minatorie, gli chiedevano del denaro, pena la vita. Il cav. Bartoli a queste minacce fece l’orecchio da mercante, non mandando la moneta al punto segnato, ne dando passo alle Autorità della Giustizia. E i masnadieri giurarono di vendicarsi. Già una volta fu assalito per la via di Spampinato, ma la scampò, lasciando la giumenta e perché sull’imbrunire vi erano delle persone ; gli amicisi dileguarono, fingendo di non cercarlo più; ed egli si era un po’ rassicurato, sebbene stava sempre guardingo. Quando andava in campagna, bene armato e col suo Fattore, la mattina partiva tardi e prima della sera ritornava a casa. Ma i masnadieri lo appostavano come il coniglio.
Dopo circa un anno, lo assaltarono. Era l’epoca della collocazione delle mandorle, il cav. Bartoli aveva un bel fondo alla Contessa, contrada di Mazzarino; con la sua ciurma si restava alla Casina, venendo ogni due o tre giorni per la spesa.
La sera di. quel giorno fatale 8 Ottobre, ritornava a casa assieme il figlio, al Campiere e le donne coglitrici, un pò più tardi del solito, cacciavano perché c’era lo scuro allo stretto sentiero delle due colline di Santo Isidoro, nelle vicinanze del paese, furono fatti segno al tradizionale “faccia a terra!” da persone “infacciulate”, dalla collina. Il figlio tredicenne che era avanti sull’asina disse al Campiere: “Via cacciamo, non avete paura” ma un colpo di fucile alla nuca lo stramazzò a terra cadavere; spaventati sì fermarono; indi i masnadieri scesero ed uccisero il Campiere: preso il cav. Bartoli per mano, gli levarono il Weter e glielo scaricarono al fianco. Impaurendo le donne colla faccia a terra, ebbero il tempo di legare le bestie agli alberi, accompagnare le donne atta Casina, farle chiudere in silenzio, minacciandole, trasportando alcuni oggetti, fra cui il Weter in una grotta al vallone di Castellazzo sopra il giardino di Faraci. Vi fu in quella notte una fucileria allo scopo di spaventare la gente dei dintorni.
Intanto la Stessa sera del misfatto, una scena drammatica, dolorosa, si svolgeva in casa della signor Bartoli D’Autona. Ella, visto venire il cane avanti, mise la pasta, apprestandosi ad apparecchiar la tavola. Affacciatasi al balcone, il marito non veniva; un’altro momento e... nemmeno! Agitata, fece mangiare i figli che lasciò in balia della serva e corse dalla madre.
Questa la confortò dicendole che a quest’ora sarebbe ritornato, ma che!... Ebbe il triste presentimento, fece coricare i bambini e via di nuovo dalla madre. La signora D’Antona, credendo che si fosse il genero restato in campagna, svegliò il servo e lo mandò alla Casina. Si erano fatte le undici e il massaroLuigi, a malincuore, ma di corsa, prese la via della Contessa; giunto sul sentiero, immerse i piedi su un cadavere, imbrattandoli di sangue, ma con la furia e lo scuro, non ci badò non se ne accorse; affrettando ìl passo, giunse alla Casina. Bussando, sulle prime non risposero, credendo che fossero i briganti, impaurite mute dal dolore, dallo schianto; ma alle grida, alla voce; Aprite!... sono io! la prima ad affacciarsi fu la moglie del Campiere che vociando rotta dal pianto annunzia “ Hanno ammazzato mio marito, il padrone, il figlio!...” Senza por tempo, il massaroLuigi, rivoltati i tacchi, se ne ritornò più morto che vivo! Ripassando dal sentiero vide la strage: sudato, trafelato, la prima notizia la diede ai Carabinieri, passando dalla Caserma.
Sparsasi la brutta nuova in paese, fu un movimento continuo di andare e venire sul luogo dell’infame orribile delitto; incontratesi le donne, sembravano delle Marìe, delle Maddalene. Era Sindaco il cugino dell’ucciso, cav. Don Carmelo Inglesi, il quale con le lagrime agli occhi, interessava la Giustizia. Alla vista dei cadaveri distesi sul ciglione, si commossero anche le pietre; le bestie ancora legate, furono i testimoni dell’orrenda carneficina ma le bestie non parlano. Per tutto il giorno, la folla non cessò il via vai. Verso la sera i morti furono portati al Cimitero.
La stampa di tutti i paesi, occupandosi giornalmente del delitto, faceva l’ira d Dio per scoprire i rei. C’era di mezzo il Senatore D’Antona, stretto parente della famiglia in lutto, per la Giustizia occuparsene minutamente. Una taglia di 500 lire fu messa per chi scopriva i delinquenti, gli autori dell’assassinio.
Più di quindici giorni passarono, senza che degli assassini si mostrasse nessuna traccia; ma un caso volle che fossero scoperti, assicurati alla Giustizia, sebbene il capo sia stato ucciso.
Sentite come, o lettori:
La guardia Campestre Pietro Debilio Sferrazza, trovandosi in perlustrazione nelle campagne di Castellazzo, per via incontrò un certo Rosario Cammarata, sarto straccione, ubriacone, che aveva un pezzetto di terra di fronte alla grotta, dove si riunivano i masnadieri, e dove costui portava loro i sigari, il formaggio e il vino per banchettare. Nel salutarlo, il Debilio si fece dire dove andasse e quegli sbigottito gli disse che era innocente, ma... che... Allora la guardia, scesa da cavallo, lo costrinse a fagli rivelare il resto e quello abboccò all’amo. Esperto il Debilio lo rimandò indietro imponendogli di non dir nulla e lui, rimontato a cavallo, andò ad appostarsi dietro un albero davanti la grotta col fucile spianato.
Essendo giorno di Domenica, non vi era nessuno; a mezzogiorno passato i masnadieri aspettavano ancora il Cammarata che non venne.
La guardia Debilito per più di un’ora stiede lì fermo. Il Capo della masnada, Filippo Terranova, un reduce delle patrie galere che aveva scontato 20 anni di prigione per due omicidi, affacciatosi col Weter in mano, scorta la guardia, si mosse in atto di... ma un colpo di palla lo prese in un occhio, ferendolo mortalmente; gli altri fuggirono dall’altra parte della grotta.Il Debilio, spronando il cavallo, venne a portar la nuova ai Carabinieri che assieme a tutta la F. P. corsero alla grotta di Castellazzo, dove vi fu un accorrere di curiosi. Messo il brigante, ferito grave, su una scala a barella, fu portato al Carcere, ove, dopo alcuni istanti, mori.
Il primo ad essere arrestato fu Don Rosario Cammarata, il quale confessò chi furono gli autori del delitto, sebbene lui non prese parte al fattaccio. Fra gli arrestati come compagni vi erano il figlio del Fattore di casa Bartoli e un certo Pesce, mazzarinese.
L’impressione fu enorme!. Il signor Debilio venne Premiato con lire 500 e la nomina a Capo delle guardie Campestri a vita: il Prefetto volle conoscerlo di presenza per il brillante servizio.
Chiudendo la parentesi della cronaca nera del nostro paese, non dobbiamo tanto stupirci, perché Riesi non è stato il solo unico paese, in cui la mafia e la delinquenza abbiano fatto simili gesta.
Lo abbiamo detto, lo ripetiamo: oggi questo non succede più; quei tempi di triste memoria sono passati. Col Governo di Benito Mussolini, siamo entrati in un’era di pace, di tranquillità, di benessere. Egli stesso lo disse e lo fece; venendo in Sicilia comprese che ci voleva da noi l’assetto per le popolazioni.
** Torna su**
Cap. XLIII
gli scioperi
Accanto alla mafia alla delinquenza c’erano anche gli scioperi che venivano a funestare il paese. Il conflitto tra capitale e lavoro veniva ad aggiustarsi con lo sciopero che fu detto “ un’arma a doppio taglio”; tante le volte erano gli operai che si ferivano; tante le volte che essi scioperi portavano turbamenti e conseguenze gravi: ed è perciò che il Fascismo fece cessare del tutto gli scioperi, talché S. E. Riccardo Ciano nel 1924 tuonò a Livorno con queste parole: “Gli italiani non vedranno più la via degli scioperi!...”. (1)
Nei paesi zolfiferi era facile ogni momento fare degli scioperi. Gli zolfatai alla minima occasione scioperavano per l’aumento del prezzo giornaliero o per un abuso: allora occorrevano soldati e Carabinieri per il maimteiìinlento dell’ordine pubblico, giacché si temevano disordini, saccheggi, delitti.
Due colossali ne ricordiamo noi a Riesi che meritano di essere riferiti per la portata grave che ebbero. Lo facciamo, consapevoli dei fatti avvenuti, per dire cosa erano gli scioperi, perché si facevano e come terminavano.
Il primo fu quello del 1884 a causa del ribasso dello zolfo. L’Amministrazione francese voleva scemare il prezzo ai picconieri che lavoravano a cottimo; essi non accettarono il ribasso, quindi si misero in sciopero. Da una parte e dall’altra non possibile comporlo, di modo che si prolungava. Subito una Compagnia di soldati e rinforzi di Carabinieri vennero qui.
Gli operai delle due miniere resistettero il più che poterono senza punto sottomettersi; ma poi si diedero a schiamazzare per le vie, gridando: Pane e lavoro!... La fame spinge il lupo ad uscir dalla tana e darsi a scavar la terra per mangiarsela; a frotte gli zolfatai uscivano in piazza e nelle vie, rubacchiando nelle botteghe, bussando dai proprietari: le Autorità civili e militari invano si misero di mezzo per far cessare lo sciopero, di guisa che gli animi degli zolfatai si inasprirono ancor peggio.
Un pomeriggio, usciti fuori a dimostrazione, si ridussero in massa a chiassare nella piazza Garibaldi; ad essi si uni buona parte del popolo: Accerchiati dai soldati, tumultuando, presero anche delle pietre, ingrossando le grida. Per farli sciogliere, visto che la dimostrazione era seria, il Delegato di F.S., ricevendo una pietrata, ordinò i primi due squilli di tromba; ma in luogo di calmarsi i dimostranti si accanirono di più: al terzo squillo ordinò il, fuoco, ma il Capitano si oppose all’ordine, intimando i soldati a star fermi, a non sparare, evitando così l’eccidio. Allora il Delegato tolta la sciarpa declinò la responsabilità, lasciandola al Capitano e partendo per Caltanissetta. E il bravo Ufficiale dell’esercito italiano, salito al balcone del Casino dei Civili, arringando la folla disse che non era venuto per uccidere dei fratelli; che la responsabilità ora cadeva su di lui, pregando gli scioperanti a sciogliersi e andarsene alle loro case.
In un momento la dimostrazione si sciolse; ognuno rincasò in santa pace. L’indomani mattina egli si recò al Municipio e si indisse una riunione del Consiglio Comunale, dove propose di mettere delle somme per aprirsi dei lavori, dando egli l’esempio per il primo col dare lire cento. Gli altri lo seguirono generosamente, i proprietari fecero lo Stesso e si raccolsero 20 mila lire. Con questa somma, fecero acconciare delle vie di campagna agli zolfatai, i quali, per quindici giorni, si sfamarono.
Era Sindaco il Sig. Di Benedetto Mandera che oculatamente aperti i brevi lavori, finiti i quali si diede a tutt’uomo a far discendere gli operai in miniera, dopo più di un mese. Da una parte e dall’altra, le perdite furono enormi.
E il Delegato di P. S.? e il Capitano? Si potrà domandare, Rispondiamo: Il primo non si vide più a Riesi ; il secondo fu e encomiato dalla Prefettura.
L’altro sciopero più terribile, colossale, avvenne nel 1903, il giorno 8 di Giugno. Siccome era il tempo della mietitura, così gli zolfatai, col pane in terra, se ne andarono a cogliere spighe per far fronte allo sciopero ; ma cessata la messe, si videro nello stretto bisogno di reclamare ; l’Amministratore Nuvolari non voleva cedere.
La mattina del 10 Luglio, in massa con la bandiera della loro Società scesero in miniera, trascinandosi l’Ing. Accardi, loro Direttore e seguiti da una Compagnia di soldati. Per la via altri uomini e ragazzi l’accompagnarono alla miniera, unendo le loro voci. Giunti ivi, il Direttore diede ordine alle guardie minerari di non far scendere nessuno a basso; la folla, guardata dai soldati, rimase sul comigliolo della miniera: qualcuno voleva fare resistenza alle guardie, ma avendo una di queste sparato un colpo in aria, fu il segnale della rivolta; il popolo irruppe, scendendo abbasso e Fece man bassa di tutto e di tutti,
Vi erano dei pecorai nei dintorni con bastoni, dei contadini con fucili, gli altri con delle pietre e coltelli. Direttore, Ingegneri e impiegati si chiusero dentro le loro belle casine; ma scassate le porte, ferirono gli ingegneri; altri maltrattati fuggirono, le donne spaventate, scapparono oltre il fiume. Ira di popolo, libera me Domine!Resisi padroni, cominciarono a saccheggiare le case. I soldati non spararono, perché chiesero dei rinforzi a Sommatino, rinforzi che vennero tardi, quando tutto era distrutto. Non contenti di avere saccheggiato le case, entrarono nelle macchine devastandole e rompendo tutto ciò che capitava loro; i dimostranti gridavano, minacciavano senza pietà, successe il finimondo!
Soddisfatti dell’opera compiuta, ritornarono in paese tranquillamente. Però alcuni presero il largo per più giorni.
Chiamato l’ing. civile Luigi Lamantia per periziare i danni, furono calcolati 100 mila lire. Un processo cominciò a istruirsi contro i presunti rei. Il 15 Luglio furono arrestati l’Avv.Gaetano Pasqualino e l’ing. Giuseppe Accardi, quali istigatori dello sciopero assieme ad una trentina di persone tra zolfatai e contadini.
Era Sindaco il cav. Inglesi il quale, se da una parte fu contento dell’arresto dei due suoi nemici politici, d’altra parte si adoperò a far scarcerare quei che erano innocenti, le cui famiglie gli andarono a piangere in casa; ad onor del vero, bisogna dire che l’Avv. Pasqualino, trovandosi a casa, sconsiglio gli zolfatai ad andare in miniera, e l’ing. Accardi vi andò per frenare gli impeti: ma i! Delegato di P. S., certo Nicolaci, terranovese, fece come il pesce delfino col suo amico, scrivendo un nero rapporto per tutti e due. Ad ogni modo dopo sei mesi di processo, gli imputati furono assolti.
(1) Lo scrivente era presente
** Torna su**
Cap. XLIV
la grande guerra
Occupiamoci ora della guerra in relazione al nostro paese della Grande guerra, la guerra Europea che cominciò il 1914 e finì il 1918, trascinando il mondo nel la rovina.
Scoppiata nel 1914 tra gli Imperi Centrali e la Francia a cagione del delitto di Serajevo, l’Italia stiede un’anno neutrale, lasciando in lizza la Germania e l’Austria-Ungheria contro la Francia.
Il fatto da noi fu giustificato per rivendicare i confini naturali di Trento e Trieste, di cui l’imperatore Francesco-Giuseppe non ci voleva dare “nemmeno una pietra” . Coloro che ci leggeranno appresso nei secoli futuri sapranno più dettagliatamente come in un primo tempo la Germania, violata la neutralità del Belgio, l’Inghilterra scese in campo in difesa del piccolo regno devastato ed ancora la Russia, mentre la Turchia si schierò a favore degli Imperi; poi scese l’Italia ed infine l’America. Le generazioni che sorgono e sorgeranno appresso devono sapere che la detta Grande guerra durò cinque lunghi anni senza cessare facendosi per terra, per mare, nell’aria. La vita umana non ebbe più valore; nei paesi, nelle città la sera si stava allo scuro per paura delle bombe gettate da aeroplani, uccidendo vecchi, donne, fanciulli: gli uomini in vigore delle loro forze erano alla guerra. Da ciò ne venne la penuria dei viveri e di tutte le cose necessarie alla vita.
Riesi diede il suo contingente con morti, feriti e mutilati. Riguardo al caro viveri, si fece di necessità virtù. Istituitosi un Comitato di soccorso, si fece a gara per le famiglie dei soldati in guerra; la casa della signora Donna Francesca D’Antona, che ci aveva un figlio soldato, era frequentata dalle madri e signore per allestire gli “scalda panni”.
Sui campi di battaglia, nelle trincee, accorrevano giornalmente i nostri soldati a difendere la patria. In giorni tristi, si piangeva, si soffriva anche la fame, ma ci si rassegnava. Che si voleva fare? Di chi la colpa ?
Finalmente la guerra cessò il 4 Novembre 1918. Cessato il fuoco, fatto l’armistizio, ritornarono fra le famiglie i prigionieri, i reduci, i mutilati ; solo i morii che non ritornano mai, non si videro, ma le famiglie si rassegnavano, sapendoli morti da eroi.
E’ scritto alle Termopoli,
In sugli achei stendardi,
Meglio morir da liberi
Che vivere da codardi.
Fra 500 mila morti italiani, si distinsero da valorosi, seguenti nostri Compaesani che noi vogliamo qui ricordare, venerare, rimandando i loro nomi ai posteri.
Il Capitano Salvatore Faraci, già Tenente di Complemento del 22 Regg. di Fanteria. Ebbe i natali il 24 Aprile 1882 da Vincenzo e Gaetano Imbergamo. Operai agiati lo mandarono a Caltanissetta a proseguire gli studi all’istituto Tecnico, compiuto il quale, Salvatore passò a Catania a frequentare l’istituto nautico, dal quale ne usci col grado di macchinista navale in prima; ma il giovane Faraci non pago di ciò, volle elevarsi ancora, recandosi a Torino per frequentare studi Superiori industriali, mentre era impiegato in Officine meccaniche.
Nel 1909, chiamato alle armi, si affezionò subito alla vita militare. Congedatosi col grado di Sottotenente di Complemento, ebbe l’idea di salpare per l’America. Nella guerra fu richiamato e venne in Italia. Da Messina fu mandato in Carnia e nel Novembre del 1915 vi tornò di nuovo per istruire le reclute del suo reggimento; ma dietro sua domanda fu rimandato alla Frontiera, passando col grado di Tenente sul Trentino e in Valsugana. Il 19 Maggio 1916, durante un assalto eroico, cadde sul campo della lotta. Medaglia di argento con motivazione:
* Mentre con animo saldo e fermo braccio, alla testa dei suoi
* prodi soldati, faceva argine all’orda nemica, irrompente, fu
* colpito a morte da pallottola nemica.
”Mirabile esempio di amore per la patria fino al sacrificio della sua giovane vita”.(Da: La Rivista eroica).
Capitano Giuseppe Ferro di Giuseppe e di Rosina Cultrera, maestra elementare nato il 7 Ottobre 1904. il padre, R. Ispettore scolastico a Catania, vide il figlio iscritto al secondo anno d’Università in legge; appena scoppiata la guerra, lo studente universitario, si arruolò nei plotone Allievi Ufficiali del 68 Fanteria di stanza a Milano. Nel Maggio 1915 era già Sergente. Nominato Sottotenente, prese parte con la Brigata Sassari ai fatti d’armi; sul Carso, nel 18, versò il suo primo sangue: una palla lo colpì alla mano destra che gli rimase anchilosata.
Il Tenente Ferro, guaritosi, fu i mandato in Eritrea. Cola, appreso il rovescio di Caporetto volle essere rimandato in Patria. Mandato in Francia, fu a Digione; il valoroso Tenente che da un anno era stato nominato Capitano, cadde da eroe il 29 Settembre 1918.
Ecco la motivazione che accompagnabva la Medaglia d’Argento:
* Mirabile e costante esempio di fermezza e di coraggio,
* nel passaggio di un ponte fortemente battuto dal’Artiglieria
* nemica, non d’altro si preoccupò che del proprio reparto.
* Colpito egli stesso da una scheggia di granata ad un braccio,
* rimase fermo al proprio posto per regolare il m movimento dei
* suoi uomini, finchè colpito una seconda volta a morte,
* lasciò la vita sul campo.(da una monografia del padre)
Rocco Jannì di Pasquale e di Antonina Giardina, Tenente, nacque nel 1895. Maestro elementare, compiuti gli anni di servizio, al momento della guerra fu aggregato alla Sezione Mitraglieri Fiat, Brigata Sassari..
Ito al fronte da graduato, si trovò dinanzi al nemico; giovane ardimentoso, pieno di entusiasmo, volle slanciarsi all’assalto, malgrado i reiterati richiami del suo Capitano. Ferito mortalmente all’addome, fu trasportato all’ambulanza militare, dove dopo poche ore moriva.
Il Governò gli decretò la Croce di bronzo al merito di guerra. (Manca la motivazione).
Tenente Enrico D’Antona del fu cav. Pietro e Donna Francesca, nato nel 1884. Studiando a Napoli e a Torino da avvocato, parti per la guerra; fu prigioniero a Val Sugana.
Cessata la guerra, durante il viaggio di ritorno lo cole una polmonite e mori a Trieste il 6 Dicembre 1918.
Il Sergente Ciulla Gieseppe di Gaetano e di Santina D’Antona proprietario borgese, nato nel 1890, aveva prestato regolare servizio. Richiamato al fronte col grado di Sergente fu nelle trincee. Indi ottenne la licenza per i lavori campestri ma poi, ritornato al suo posto di combattimento, fu nel rovescio di Caporetto. Nella confusione si seppe che era morto di polmonite all’ospedale di Verona.
I suoi fratelli che si trovavano al fronte, ne appresero la notizia senza poter conoscere il Luogo dove fu seppellito. Mancano perciò i particolari.
Tra i soldati figli del popolo, morti sui campi di battaglia. e decorati al valore, vi furono, fra i 96:
Marino Rosario di Francesco e Giuseppa Bellomo, bersagliere, nato nel 1895. Fu uno dei primi; durante il combattimento, ferito gravemente, cessò di vivere a Pacchiasella il 2 Novembre 1816. il Governo gli decretò. la medaglia di bronzo. La stessa sorte del Marino subirono:
Albo Antonio, Angilella Salvatore, Amarù Antonio, Catarinolo Francesco, Di Martino Antonio, Di Letizia Calogero, Di Ventra Salvatore, La marca Gaetano, Lauria Gaetano, Lo Giudice Angelo, Licata Vincenzo, Marotta Cristoforo, Maurici Giuseppe, Marazzotta Salvatore, Sciamone Liborio, Sciacchitano Giuseppe, Rizzo Angelo, Toscano Giuseppe, Vella Salvatore e Vella Michele.
Questi nomi formano un quadro, sebbene incompleto, in una sala del Municipio, con le loro fotografie, in mezzo alle quali spiccano i ritratti dei Capitani Ferro e Faraci.
Le altre famiglie non diedero le fotografie dei loro cari.
Per tutti, fu eretto il Parco della Rimembranza, in ricordo dei gloriosi caduti, secondo le disposizioni del Ministero dell’Educazione Nazionale. Così, il detto Parco sorse alla Spatazza, nello stradale Mariano e propriamente di fronte alla Centrale Elettrica.
** Torna su**
Cap. XLV
la “spagnuola”
Non era ancora cessata la guerra, quando un’altro flagello venne a funestare l’umanità: la “spagnuola”.
Come nella favola classica di Giovanni La Fontaine, degli animali colpiti dalla peste che “fuggivano spaventati cercando un riparo”, così gli uomini e la scienza non sapevano cosa fare per trovare un rimedio al male.
La “spagnuola” : questa febbre mediterranea venuta dalla Spagna, fu un’epidemia molto fulminante che mieteva tante vite umane in un momento, senza pietà. Se tutti non morivano, “tutti erano spaventati”, al dir dello scrittore francese citato.
La morte non guardava in faccia a nessuno: grandi e piccoli; uomini e donne; ricchi e poveri. Chi era preso da quella malattia difficilmente se la scansava e, quando non moriva, restava con qualche difetto.
Le famiglie povere, orbate dai loro cari e immerse nella miseria, non sapevano darsi pace, pensando alla morte spaventevole; vi furono parecchie famiglie i quali ne mori vano due e tre, il lutto era quindi generale, Infuriando il morbo crudele, il seppellimento dei cadaveri veniva operato alla confusa, trasportandoli al cimitero senza nessun conforto. Anche per quelli che morivano in campagna non venivano fatte onorevoli sepolture e si partivano senza nessun accompagnamento. Coloro che erano poverissimi bastavano le poche masserizie ad addobbare una bara; talune famiglie facevano uso delle tavole del letto per la cassa mortuaria.
Ingordi falegnami,speculatori, approfittando del momento, sfruttavano chiunque a loro si presentava.
Col Municipio del Sindaco, nella requisizione che si faceva, si commettevano abusi e soprusi inauditi. Tutto era requisito per dare aiuto agli ammalati, ma il popolo soffriva, mancando del necessario. Beato chi poteva avere un pò di zucchero, d carne o di pane e pasta. Al solito, gli arruffoni ne profittavano. Un quidam, comprata una gallina L.20 per conto del Comune, le tirò il collo e la diede al figlio per portarla a casa.
La “spagnuola” durò quattro mesi, dal Settembre al Dicembre 1918.
Parrà cosa incredibile, eppure è vero. La malattia della “spagnuola”, a Riesi, fece più strage della guerra. Mentre la guerra fece un centinaio di vittime; essa “spagnuola” ne fece morire seicento.
Passata questa marea, che ci lasciò il triste ricordo d’una morte che non venne dagli uomini ; rimasto il caro viveri della guerra che si rimediava con il lavoro ben pagato, si predette di potere andare avanti, superando gli ostacoli della vita. Ma non fu cosi!
Il paese contava circa i6 mila abitanti.
** Torna su**
Cap. XLVI
il bolscevismo
Quel tale Giuseppe Butera, che aveva infiammato la mente degli operai, specialmente dei contadini, si mise a predicare il bolscevismo venuto dalla Russia. Egli, staccatosi dal partito popolare trascinandosi dietro la massa, offendeva tutto e tutti; da socialista spinto. di facile parola, nelle vie, nelle case, dappertutto, predicava coraggiosamente la Rivoluzione.
Il Governo dell’On. Nitti lasciava il campo libero ai socialisti, di modo che nei paesi d’Italia i bambini e le bambine cantavano:
Avanti popolo
Alla riscossa
Bandiera rossa
Trionferà!...
Era l’andazzo delle follie rosse. E il Butera si prefisse di volere per forza la divisione delle terre a Riesi, dicendo di espropriare i feudi ai principi. Naturalmente il popolino, imbevuto di tali principi, gli teneva bordone, battendogli le mani, accarezzandolo. Cosicché lui, forte del suo partito, teneva in soggezione gli altri. Era diventato l’idolo della massa incosciente! Ebbe la tracotanza di presentarsi da candidato come deputato socialista al Collegio. Perciò, nei paesi vicini andava propagando le sue idee, appoggiato dal partito centrale del giornale “l’Avanti”.
Insomma, diede molto fìl da torcere alla P. Sicurezza.
Coi partiti sovversivi, il dopo guerra fu peggio di prima. Qui.da noi, teneva il paese in continuo movimento, in continua animazione di giorno e di sera. I contadini volevano la divisione delle terre, erano diventati bolscevichi; il loro capo assecondando le loro aspirazioni, tempo permettendo, si armavano e andavano nei feudi a prendere possesso.
I padroni delle terre avevano dato ordine ai Campieridi lasciarli fare onde evitare eccidi. Si partiva la mattina per molto tempo con gridi e chiasso e bandiere, arrivando alla meta designata della campagna. Seguiti da una Compagnia di soldati e CarabinIeri tra il chiasso e l’allegria, si facevano la divisione del feudo, cui limiti, piantando le bandiere, cantando: “Bandiera rossa trionferà”. La giornata trascorreva gozzovigliando, schiamazzando, facendo come le galline che schiamazzano prima di far l’uovo.
Al ritorno rientravano la sera nel paese in fila, soddisfatti delle loro operazioni; rincasati, appena preso un boccone, tutti alla Sede socialista per la conferenza del Butera. L’indomani punto e da capo, le solite agitazioni; il conferenziere (sic) faceva sentire le sue minacce, tuonando contro il Governo di allora. E i Carabinieri lì presenti non dicevano nulla.
Impavido, imperterrito, Giuseppe Butera sì credeva padrone. Oltre il battimani e gli applausi che riscuoteva dalla folla, egli era portato a spalla, alimentando la sua bocca di ciambelle e dolci.
Chiusi i proprietari nelle loro case ben serrate, non uscivano, non potevano dir nulla; scorgendone uno nelle vie, gli davano la baia ed era costretto a ritirarsi per tema di qualche brutto tiro.
Minacce su minacce, chiassi su chiassi, i giorni volavano, sperando che migliorassero con quello stato di caos davvero increscioso. Tutto era lecito dal Governo deplorevole del l’On. Nitti che aveva dato la mano larga ai socialisti, i quali se erano forti, non erano neppure d’accordo fra loro.
** Torna su**
Cap. XLVII
la mitragliatrice (famosa repubblica riesina)
Come conseguenza di tutto questo mal Governo, di tutto questo malessere di questo disordine, abbiamo avuto a Riesi la Mitragliatrice. Anche questa brutta pagina di storia dobbiamo registrare in pieno secolo XIX. Scriviamo sotto l’impressione del triste epilogo della nefasta giornata della Mitragliatrice. Ecco il fatto, come avvenne:La Domenica dell’8 Novembre 1919, i soliti bolscevichi, decisero di andare a prendere possesso del feudo Palladio, di proprietà dei principi Fuentes, dato in gabella. Da qui partirono non solo essi, ma chiesero l’aiuto dei loro compagni mazzerinesi, i quali, armati ed a cavallo, vennero a Riesi. Essendo il feudo vicino per lo stradale di Calamita, uomini, donne e ra­gazzi si misero in moto. Il Butera era in prigione. Chi organizzò la gita fu un certo Angilella, uno spietato socialista, Piovutoci non si sa da dove. Costui, predicando a squarciagola, diceva di farla finita coi signori proprietari incitando i cittadini ad armarsi, gli operai di tenersi pronti per la rivoluzione. Lungo la via, soldati, o Carabinieri non poterono arginare, calmare il Popolo. Giunti, al feudo, fecero le dovute operazioni, senza essere molestati. Intanto la P. S. si provvide duna Mitragliatrice che fu piazzata accanto alla chiesa della Madrice tra la piazza Garibaldi e il, Corso Vittorio Emanuele. Gli scalmanati ritornando sull’imbrunire entrarono in paese cantando battendo le mani. Trovandosi nella piazza, l’Angilella ordinò al popolo dì andarsi ad armare e ritornare. E difatti così fecero. La piazza ed il Corso formicolavano di gente. Ad un certo punto il Tenente e il Delegato di P. S. premerono la mano del soldato, facendo funzionare lo strumento micidiale. Al crepitio fulminea della Mitragliatrice seguirono altri colpi di fucile e revolvers. Il terrore invase tutti gli animi. Un momento dopo si vide un campo di morti sia in piazza che nel Corso: anche i feriti fecero spavento. Nella confusione gli sparatori fuggirono; inseguiti, fu rag­giunto il Tenente al piano del Pozzillo per la via di Ravanusa e fu freddato. In quella occasione l’ing. Accardi, che si trovava lungo il Corso, trascinato nel Cortile Golisano, venne pugnalato da mano ignota e ferito. Il pallore, lo sgomento si leggeva in faccia di tutti, vedendo la carneficina il sangue che scorreva, raccolti i cadaveri, le famiglie ne piansero amaramente i figli, i mariti, i parenti, I morti furono 8 e dei feriti non si seppe il numero. La prima versione data dei giornali fu che:la Rivoluzione era scoppiata a Riesi: laonde un Reggimento di fanteria col generale, la notte seguente entrò a Riesi in assetto di guerra, con baionetta in canna e i lanternini accesi. Entrati allo scuro, nel silenzio, in punta di piedi, mentre gli abitanti dormivano, non sapendo dove andare, ne cosa fare; non conoscendo nessuno, ne presentandosi anima viva, il generale adagio adagio fece aprire le chiese per far riposare i soldati che avevano fatto 48 ore di marcia forzata. Giunti alla Sanguisuga temevano ad entrare, credendo il finimondo, che la rivoluzione continuasse. informatosi i soldati che il paese era sotto l’incubo del terrore; che i cittadini spaventati, piangenti. temevano di riaprire le porte sapendo che c’erano i soldati, più tardi, generale e soldati rimasero sorpresi. Fattosi giorno, apertesi le prime botteghe, i soldati, usciti fuori per le vie per comprare da mangiare, nel volto dei cittadini leggevano i segni dello spavento, per timore di essere di nuovo massacrati; ma i soldati li rassicuravano, li confortavano allora furono fatti segno a delle gentilezze offrendo loro il caffè. Rifocillati che furono, la stessa mattina il Reggimento ripartì per la Sede di Palermo. Da quel giorno fatale della Mitragliatrice ovvero da quell’epoca, il popolo riesino rimase scosso: sembra un brutto sogno, eppure è stata una triste realtà che ci fa ripetere col proverbio Chi è stato scottato dall’acqua calda, teme dell’acqua fredda.
** Torna su**
Cap. XLVIII
il fascismo
Gli anni 1919, 20, 21, e quasi tutto il 1922 fino al 28 Ottobre del dopo-guerra, furono anni di disordini sociali, di terrore, di timori a causa del bolscevismo imperante. Si temeva da un momento all’altro la Rivoluzione; il bolscevismo diceva un dotto, si sentiva nell’aria; gli animi di tutti, in conseguenza di ciò, erano sospesi. Le campagne furono abbandonate a sè stesse; i proprietari non potevano dare un passo; furti ed omicidi, ruberie d’ogni genere erano all’ordine del giorno; ladri e ladruncoli nelle campagne razziavano dappertutto.
(qui manca un piccola parte, del testo originale)
aveva preso il suo corso; ne paesi, approfittando dello scuro, si commettevano brutti atti: basta dire che ad un barbiere gli levarono 25 soldi e lo scialle, alla discesa del Carcere vecchio; ad una coppia di giovani sposi, dopo l’Avemaria, mentre tenevano il marito, alla sposa rubarono lo scialle e l’oro; in pieno giorno, per la via detta miniera Tallarita, furono assaltati gli zolfatai che avevano ricevuto la paga.
Ma ciò che maggiormente faceva impressione erano gli omicidi, i delitti terrificanti che succedevano nelle campagne e nei paesi; la vita umana non era appunto calcolata.
La cronaca di Riesi di quei tempi registra Purtroppo fra i tanti delitti di sangue i seguenti:
1) Una notte all’Ammiata, feudo nel territorio di Butera, all’epoca della raccolta del grano, mentre i mezzadri, trovandosi nell’aia dormendo, intesero che i ladri rubavano il frumento, portandolo nelle bisacciesulle bestie come se fosse di loro proprietà.
Svegliatisi i coloni, poiché gridavano, ne furono freddati due. I Carabinieri di pattuglia, messesi in colluttazione coi briganti, ne ferirono uno mortalmente;
2) Ad un Campiere gli levarono tutto quello che aveva e l’uccisero per la via di Gallitano ;
3) Un povero contadino che si recava al vicino Canale ad abbeverare il suo unico somaro, con il quale si guadagnava il pane per la famiglia, suonata l’Avemaria, gli levarono l’animale e lui fu disteso a terra;
4) Alla Scalazza, in pieno giorno, un piccolo proprietario, mentre spietrava il suo campicello, lo legarono, gli spararono, trasportandosi la mula.
Tutta l’Italia era così!...
A porre fine ai tanti malanni, a tanto sfacelo, venne un uomo fatto apposta per salvare la nostra bella Italia. La marcia su Roma del 8 Ottobre 1922, fatta da Benito Mussolini, fece terminare tutto ad un colpo il malessere, rimettendo l’ordine dappertutto. Duce del Fascismo, l’ex caporale dei Bersaglieri, con un pugno di giovani ardimentosi, vestendo la camicia nera, si:oppose al parlamento italiano che era in vera anarchia coi numerosi partiti sovversivi. Afferrato il potere in nome di S. M. il Re Vittorio Emanuele III. col quale avevano fatto la guerra, l’On. Mussolini, mise prima di tutto i punti sugli i ai Deputati che trattò da “pecore rognose” ; e poi parlando da Roma a tutta l’Italia, disse: “Ora basta coi cattivi italiani”. Questo genio ignorato, figlio d’un fabbro ferraio e di una Maestra elementare, amico del popolo, nato a Predappio, nell’Emilia, col suo colpo di Stato, col suo pugno di ferro, istituì, fece sorgere il Fascismo in tutti i paesi del Regno, coi Fasci di Combattimento formati dai reduci della guerra, dai buoni italiani.
Dapprima sì impose con la forza, costringendo i riottosi a stare al loro posto; cosi a mano, a mano l’ordine cominciò .a ristabilirsi a misura che si affermava il Fascismo.
Un’era nuova si apri nei paesi, cessando lo scompiglio e la delinquenza. La Giustizia punendo i ladri rigorosamente, i furti cessarono; la P. S., dando la caccia spietatamente agli omicidi, ai malfattori, liberò le campagne e i paesi.
La mafia ebbe un serio colpo alla testa. Venuto in Sicilia .S. E. Mussolini, disse queste precise parole a Messina: “Voi, le vostre popolazioni, avete bisogno di essere purgate dalla mala vita” . Egli giungendo fino a noi alle miniere Trabia Tallarita, come dovunque fu acclamato.
Esponente del Fascio di Riesi da noi fu il Dott. cav. Gabriele Lamonica, reduce da Capitano Medico dalla guerra. Con zelo, coraggio e fede fascista fondò il Fascio di Combattimento; coadiuvato dalla Forza Pubblica; ogni giorno per le vie si andava gridando: “abbasso la delinquenza!, Viva il Fascismo!”. In principio i fascisti furono pochi, ma dipoi visto i risultati benefici che diede la tranquillità al popolo, molti si unirono al Fascio, Creato dal Dott. Laconica che fu il Segretario Politico
Anche i proprietari vestirono la camicia nera, di guisa che la massa passò al Fascismo. Le dimostrazioni erano ostili ai potere. Ogni giorno la stampa annunziava tutto quello che faceva il nuovo Governo dell’Ori. Mussolini, il quale sciolta la Camera dei Deputati volle rivestirla di nuovi elementi del suo colore, cioè fascisti.
Dato l’assesto al la Camera e ai paesi, S. E. il Capo del nuovo Governo pensò di sciogliere i Consigli Comunali d’Italia per fare entrate i Consiglieri fascisti poco alla volta. Riflettendosi, qui a Rìesi, incominciò la lotta politica contro la democrazia al potere.
I democratici d’altra parte si credevano forti e cercavano di resistere all’urto, ma il Dott. Lamonica s’imponeva col suo partito del Fascismo che guadagnava terreno giorno per giorno, i delinquenti arrestati spazzarono il terreno per le nuove idee le quali seppero di ostrica a coloro che non le compresero.
Non trascorrono molte ore e il cronista nisseno cerca di completare i riferimenti al Giornale di Sicilia dei fatti di Riesi occorsi alle ore 11 del giorno precedente: è il 9 ottobre del 1919.

Faticando molto, siamo riusciti a trascrivere il fotogramma  del microfilm del giornale siciliano. 

Vorremmo che foste voi, senza intermediazione alcuna, a trarre il succo da una siffatta concisa ma lucida corrispondenza.

Noi ci siamo molto soffermati sul particolare che artefici del bene e  del male di quel giorno furono i Carabinieri, coadiuvati da un nucleo sparuto di inesperti soldati. Emerge charissimamente che ad iniziare a sparare contro la folla furono loro: i carabinieri. Stranissimo in cronache successive, in rievocazioni paesane, nel veemente attacco del Li Causi, nelle celebrazioni di Riesi dei primi
 anni 2000, negli studi seri del Casarrubea, in quelli pasticciati della Cernigoi, nelle esaltazioni cinematografiche, nelle lugubri messe in scena del Lucarelli televisivo in tante corrispondenzedi 
aspiranti giornalisti, questo particolare viene del tutto premesso. Nessuno infatti può pensare che un giovane commissario si possa permettere di dare ordini alla benemerita arma di aprire il fuoco contro una inerme folla sia pure tumultuante. Non è elemento questo da rendere incredibile che ad essere responsabile di quell'esecrabile eccidio fosse il giovanissimo ed imberbe commissario Ettore Messana? Come dire Ettore Messana non c'entrò. Solenne infamia quella di volerlo a tutti i costi calunniarlo. 

Non è giunto il momento di fare ammenda di tutta la diffamazione a mezzo stampa, blog, cinematografo e lugubri aggettivazioni del Lucarelli (sarà un caso, quella trasmissione del 2005 non ci sta più in You Tube o aggeggi analoghi)?

La famiglia Messana ha subìto, sta ancora subendo, danni, disagi, colpevolizzazioni, denigrazioni per una così concertata e martellata diffamazione. Nessuno deve pagare? manco il periferico  e pur edotto dei fatti, il giornaletto racalmutese di Sciascia MALGRADO TUTTO?.

Per aggiunta  e suggello, ecco che veniamo a sapere che le mitragliatrici vengono dopo, ad eccidio consumato: nessun ordine poté dare al sottotenentino Di Caro il nostro gr. uff. comm. dell'ordine dei 
santi Maurizio e Lazzaro, ispettore generale di P.S., dottore Ettore Messana.

Carta canta!!!

-------------
Caltanissetta 9, giorno

I fatti i Riesi in quanto su essi siano sulle prime notizie alquanto esagerate pure rivestono una gravità non comune.

Ve ne mando i particolari nel modo più succinto.

Riesi è stato sempre uno dei centro di questa provincia che ha dato non poche volte da dire alle autorità politiche e di pubblica sicurezza dando sovente campo a noi cronisti di intrattenerci delle condizioni poco tranquille della pubblica sicurezza: difatti reati audacemente rari nella storia criminale sono colà avvenuti e non è la prima volta che dimostrazioni ed agitazioni sono degenerate in conflitto.

Le agitazioni minerarie poi hanno sempre trovato modo di allignare e di prosperare anche perché la politica di Riesi deve far capolino in tutto.  

Tra i maggiorenti anche il disaccordo è regnato sovrano per quanto il deputato del collegio, on. Pasqualino, abbia sempre messo in opera tutti i mezzi perché il pubblico interesse negli uomini pubblici fosse sempre l’ideale da raggiungere.

Parecchi anni fa tal Giuseppe Butera, una specie di mattoide, messosi a capo di alquanti incoscienti provocò ei moti gravissimi e si arrivò persino alla proclamazione della repubblica Riesina!

Poi venne la guerra e gli odii restarono sopiti mentre Riesi dava un contingente altissimo alla diserzione dando i Tofalo, i Carlino e compagnia bella; bisogna però riconoscere che la maggioranza di quella cittadina è composta di gente per bene, ma intanto basta qualche centinaio di illusi e di sconsigliati perché un intero centro resti in convulsione.

Da qualche settimana a Riesi dunque spirava vento di fronda, e ciò nonostante per volere di chi sta in alto tutta la forza disponibile della Provincia di Caltanissetta e el capoluogo era stata distaccata a Roma – a quanto se ne dice – perché l’ordine pubblico della capitale così esigeva.

Di modo che i tumulti di ieri hanno trovata la cittadina sguarnita di forza in modo quasi assoluto giacche la forza non si improvvisa specie quando niente affatto tranquilla era la situazione a Caltanissetta, a Terranova, a Castrogiovanni e in molti altri paesi dove l’agitazione agraria è assai intensa e gravida di pericoli.

Anzi su proposta del Prefetto pochi giorni fa il Ministero ha mandato qui il comm. Lonardone ispettore generale del Ministero della Agricoltura per la composizione delle vertenze agrarie in Provincia.

Intanto così l’on. Pasqualino come l’on. Colaianni e l’on. Lo Piano non avevano taciuto assieme al Prefetto la situazione della Provincia, che ha finalmente bisogno dopo tanti anni di incuria e di indifferenza oggi provvida cura giacché le nostre popolazioni sono assetate di giustizia e di equità.

Fatto sta che nelle scorse settimane la situazione a Riesi parve – lo era effettivamente – peggiorata, avvennero degli incidenti gravi la cui trasmissione non ci fu permessa e si procedette all’arresto del Giuseppe Butera e di altri capoccia del socialismo cosi detto ufficiale.

Come vi dissi, la politica ha fatto il resto di tal che si è andata rapidamente in questi ultimi giorni creata a Riesi una posizione veramente eccezionale e da destare l’allarme nella cittadinanza e da preoccupare le autorità.

L’on. Pasqualino proprio oggi doveva recarsi a Riesi dove egli è tanto benvoluto e stimato, appunto per mettere in opera il suo ascendente presso quella popolazione onde indurla alla quiete ed alla tranquillità.

Ma aveva preferito fare prima una corsa a Castrogiovanni per abbracciarsi con l’on. Colaianni che intanto no lascia mezzi intentati per comporre le vertenze  di indole economica nei paesi del suo collegio.

Dimenticavo dirvi che a Riesi da tempo per dimissioni di parecchi dei suoi membri quel Consiglio Comunale è stato sciolto e l‘amministrazione della cosa pubblica è deposta nelle mani di un R. Commissario, il cav. Scicolone, coadiuvato dal signor Grasso.

Si è cercato di togliere ogni pretesto a quelle masse illuse e fuorviate e financo l’approvvigionamento   del grano è proceduto in modo assolutamente eccezionale, un vero e proprio trattamento di favore.

Ma il pretesto è stato trovato lo stesso e ieri di giorno verso le 11 si iniziarono le prime dimostrazioni che assunsero ben presto il carattere di una violenta ribellione.

La pazienza dei pochi carabinieri fu messa a dura prova; qualche soldato fu sputato e preso a sassate e quando fu tentato di disarmarli e quando di certo avrebbero avuto la peggio fecero fuoco e caddero mezza dozzina e forse più di morti.

Grida e lamenti dimostrarono che c’erano anche dei feriti e non pochi.

La esasperazione della folla inviperita e delle donne raggiunse presto il colmo e la forza impotente dovette ritirarsi lasciando la cittadinanza in balia de rivoltosi.  

Sono partiti da qui camions con mitragliatrici e forza in gran numero e si conta di sapere la vera ragione o meglio la causa occasionale della rivolta sanguinosa.

 

Domani e forse oggi stesso l’on. Pasqualino sarà sul posto per spiegare tutta la sua opera autorevole per il ritorno alla tranquillità.

Intanto l’autorità giudiziaria ha aperto una inchiesta per accertare le singole responsabilità;  parecchi arresti sono stati già operati e pare che moltissimi altre ne seguiranno.

Appena noti i nomi dei morti e dei feriti ve ne informerò e vi invierò altri particolari 0ve sarà il caso.

Si sa che i rivoltosi furono poche centinaia di contadini che sono rimasti padroni ella città; tutte le comunicazioni, anche quelle telegrafiche, sono interrotte; da Palermo sono stati inviati considerevoli rinforzi

La impressione per i fatti avvenuti è delle più dolorose e si spera che l’ordine e la cala possano presto tornare.


Dalla storia di Riesi del Ferro
L’altro delitto ancor più efferato avvenne la sera dell’8 Ottobre 1901 in persona del cav. Gaetano Bartoli Inglesi, suo figlio e il campiere. Il Bartoli, che aveva sposato la figlia del Sindaco D’Antona, ereditando il palazzo e la estesa proprietà dei genitori e una vistosa dote, era il più ricco del paese. Messa su casa, accudiva alla famiglia e ai suoi averi.
Ma dei masnadieri – chiamiamoli cosi, con questo nome - i delinquenti nati, ne insidiarono l’esistenza. Essi con lettere minatorie, gli chiedevano del denaro, pena la vita. Il cav. Bartoli a queste minacce fece l’orecchio da mercante, non mandando la moneta al punto segnato, ne dando passo alle Autorità della Giustizia. E i masnadieri giurarono di vendicarsi. Già una volta fu assalito per la via di Spampinato, ma la scampò, lasciando la giumenta e perché sull’imbrunire vi erano delle persone ; gli amicisi dileguarono, fingendo di non cercarlo più; ed egli si era un po’ rassicurato, sebbene stava sempre guardingo. Quando andava in campagna, bene armato e col suo Fattore, la mattina partiva tardi e prima della sera ritornava a casa. Ma i masnadieri lo appostavano come il coniglio.
Dopo circa un anno, lo assaltarono. Era l’epoca della collocazione delle mandorle, il cav. Bartoli aveva un bel fondo alla Contessa, contrada di Mazzarino; con la sua ciurma si restava alla Casina, venendo ogni due o tre giorni per la spesa.
La sera di. quel giorno fatale 8 Ottobre, ritornava a casa assieme il figlio, al Campiere e le donne coglitrici, un pò più tardi del solito, cacciavano perché c’era lo scuro allo stretto sentiero delle due colline di Santo Isidoro, nelle vicinanze del paese, furono fatti segno al tradizionale “faccia a terra!” da persone “infacciulate”, dalla collina. Il figlio tredicenne che era avanti sull’asina disse al Campiere: “Via cacciamo, non avete paura” ma un colpo di fucile alla nuca lo stramazzò a terra cadavere; spaventati sì fermarono; indi i masnadieri scesero ed uccisero il Campiere: preso il cav. Bartoli per mano, gli levarono il Weter e glielo scaricarono al fianco. Impaurendo le donne colla faccia a terra, ebbero il tempo di legare le bestie agli alberi, accompagnare le donne atta Casina, farle chiudere in silenzio, minacciandole, trasportando alcuni oggetti, fra cui il Weter in una grotta al vallone di Castellazzo sopra il giardino di Faraci. Vi fu in quella notte una fucileria allo scopo di spaventare la gente dei dintorni.
Intanto la Stessa sera del misfatto, una scena drammatica, dolorosa, si svolgeva in casa della signor Bartoli D’Autona. Ella, visto venire il cane avanti, mise la pasta, apprestandosi ad apparecchiar la tavola. Affacciatasi al balcone, il marito non veniva; un’altro momento e... nemmeno! Agitata, fece mangiare i figli che lasciò in balia della serva e corse dalla madre.
Questa la confortò dicendole che a quest’ora sarebbe ritornato, ma che!... Ebbe il triste presentimento, fece coricare i bambini e via di nuovo dalla madre. La signora D’Antona, credendo che si fosse il genero restato in campagna, svegliò il servo e lo mandò alla Casina. Si erano fatte le undici e il massaroLuigi, a malincuore, ma di corsa, prese la via della Contessa; giunto sul sentiero, immerse i piedi su un cadavere, imbrattandoli di sangue, ma con la furia e lo scuro, non ci badò non se ne accorse; affrettando ìl passo, giunse alla Casina. Bussando, sulle prime non risposero, credendo che fossero i briganti, impaurite mute dal dolore, dallo schianto; ma alle grida, alla voce; Aprite!... sono io! la prima ad affacciarsi fu la moglie del Campiere che vociando rotta dal pianto annunzia “ Hanno ammazzato mio marito, il padrone, il figlio!...” Senza por tempo, il massaroLuigi, rivoltati i tacchi, se ne ritornò più morto che vivo! Ripassando dal sentiero vide la strage: sudato, trafelato, la prima notizia la diede ai Carabinieri, passando dalla Caserma.
Sparsasi la brutta nuova in paese, fu un movimento continuo di andare e venire sul luogo dell’infame orribile delitto; incontratesi le donne, sembravano delle Marìe, delle Maddalene. Era Sindaco il cugino dell’ucciso, cav. Don Carmelo Inglesi, il quale con le lagrime agli occhi, interessava la Giustizia. Alla vista dei cadaveri distesi sul ciglione, si commossero anche le pietre; le bestie ancora legate, furono i testimoni dell’orrenda carneficina ma le bestie non parlano. Per tutto il giorno, la folla non cessò il via vai. Verso la sera i morti furono portati al Cimitero.
La stampa di tutti i paesi, occupandosi giornalmente del delitto, faceva l’ira d Dio per scoprire i rei. C’era di mezzo il Senatore D’Antona, stretto parente della famiglia in lutto, per la Giustizia occuparsene minutamente. Una taglia di 500 lire fu messa per chi scopriva i delinquenti, gli autori dell’assassinio.
Più di quindici giorni passarono, senza che degli assassini si mostrasse nessuna traccia; ma un caso volle che fossero scoperti, assicurati alla Giustizia, sebbene il capo sia stato ucciso.
Sentite come, o lettori:
La guardia Campestre Pietro Debilio Sferrazza, trovandosi in perlustrazione nelle campagne di Castellazzo, per via incontrò un certo Rosario Cammarata, sarto straccione, ubriacone, che aveva un pezzetto di terra di fronte alla grotta, dove si riunivano i masnadieri, e dove costui portava loro i sigari, il formaggio e il vino per banchettare. Nel salutarlo, il Debilio si fece dire dove andasse e quegli sbigottito gli disse che era innocente, ma... che... Allora la guardia, scesa da cavallo, lo costrinse a fagli rivelare il resto e quello abboccò all’amo. Esperto il Debilio lo rimandò indietro imponendogli di non dir nulla e lui, rimontato a cavallo, andò ad appostarsi dietro un albero davanti la grotta col fucile spianato.
Essendo giorno di Domenica, non vi era nessuno; a mezzogiorno passato i masnadieri aspettavano ancora il Cammarata che non venne.
La guardia Debilito per più di un’ora stiede lì fermo. Il Capo della masnada, Filippo Terranova, un reduce delle patrie galere che aveva scontato 20 anni di prigione per due omicidi, affacciatosi col Weter in mano, scorta la guardia, si mosse in atto di... ma un colpo di palla lo prese in un occhio, ferendolo mortalmente; gli altri fuggirono dall’altra parte della grotta.Il Debilio, spronando il cavallo, venne a portar la nuova ai Carabinieri che assieme a tutta la F. P. corsero alla grotta di Castellazzo, dove vi fu un accorrere di curiosi. Messo il brigante, ferito grave, su una scala a barella, fu portato al Carcere, ove, dopo alcuni istanti, mori.
Il primo ad essere arrestato fu Don Rosario Cammarata, il quale confessò chi furono gli autori del delitto, sebbene lui non prese parte al fattaccio. Fra gli arrestati come compagni vi erano il figlio del Fattore di casa Bartoli e un certo Pesce, mazzarinese.
L’impressione fu enorme!. Il signor Debilio venne Premiato con lire 500 e la nomina a Capo delle guardie Campestri a vita: il Prefetto volle conoscerlo di presenza per il brillante servizio.
Chiudendo la parentesi della cronaca nera del nostro paese, non dobbiamo tanto stupirci, perché Riesi non è stato il solo unico paese, in cui la mafia e la delinquenza abbiano fatto simili gesta.
Lo abbiamo detto, lo ripetiamo: oggi questo non succede più; quei tempi di triste memoria sono passati. Col Governo di Benito Mussolini, siamo entrati in un’era di pace, di tranquillità, di benessere. Egli stesso lo disse e lo fece; venendo in Sicilia comprese che ci voleva da noi l’assetto per le popolazioni.
Cap. XLIII
gli scioperi
Accanto alla mafia alla delinquenza c’erano anche gli scioperi che venivano a funestare il paese. Il conflitto tra capitale e lavoro veniva ad aggiustarsi con lo sciopero che fu detto “ un’arma a doppio taglio”; tante le volte erano gli operai che si ferivano; tante le volte che essi scioperi portavano turbamenti e conseguenze gravi: ed è perciò che il Fascismo fece cessare del tutto gli scioperi, talché S. E. Riccardo Ciano nel 1924 tuonò a Livorno con queste parole: “Gli italiani non vedranno più la via degli scioperi!...”. (1)
Nei paesi zolfiferi era facile ogni momento fare degli scioperi. Gli zolfatai alla minima occasione scioperavano per l’aumento del prezzo giornaliero o per un abuso: allora occorrevano soldati e Carabinieri per il maimteiìinlento dell’ordine pubblico, giacché si temevano disordini, saccheggi, delitti.
Due colossali ne ricordiamo noi a Riesi che meritano di essere riferiti per la portata grave che ebbero. Lo facciamo, consapevoli dei fatti avvenuti, per dire cosa erano gli scioperi, perché si facevano e come terminavano.
Il primo fu quello del 1884 a causa del ribasso dello zolfo. L’Amministrazione francese voleva scemare il prezzo ai picconieri che lavoravano a cottimo; essi non accettarono il ribasso, quindi si misero in sciopero. Da una parte e dall’altra non possibile comporlo, di modo che si prolungava. Subito una Compagnia di soldati e rinforzi di Carabinieri vennero qui.
Gli operai delle due miniere resistettero il più che poterono senza punto sottomettersi; ma poi si diedero a schiamazzare per le vie, gridando: Pane e lavoro!... La fame spinge il lupo ad uscir dalla tana e darsi a scavar la terra per mangiarsela; a frotte gli zolfatai uscivano in piazza e nelle vie, rubacchiando nelle botteghe, bussando dai proprietari: le Autorità civili e militari invano si misero di mezzo per far cessare lo sciopero, di guisa che gli animi degli zolfatai si inasprirono ancor peggio.
Un pomeriggio, usciti fuori a dimostrazione, si ridussero in massa a chiassare nella piazza Garibaldi; ad essi si uni buona parte del popolo: Accerchiati dai soldati, tumultuando, presero anche delle pietre, ingrossando le grida. Per farli sciogliere, visto che la dimostrazione era seria, il Delegato di F.S., ricevendo una pietrata, ordinò i primi due squilli di tromba; ma in luogo di calmarsi i dimostranti si accanirono di più: al terzo squillo ordinò il, fuoco, ma il Capitano si oppose all’ordine, intimando i soldati a star fermi, a non sparare, evitando così l’eccidio. Allora il Delegato tolta la sciarpa declinò la responsabilità, lasciandola al Capitano e partendo per Caltanissetta. E il bravo Ufficiale dell’esercito italiano, salito al balcone del Casino dei Civili, arringando la folla disse che non era venuto per uccidere dei fratelli; che la responsabilità ora cadeva su di lui, pregando gli scioperanti a sciogliersi e andarsene alle loro case.
In un momento la dimostrazione si sciolse; ognuno rincasò in santa pace. L’indomani mattina egli si recò al Municipio e si indisse una riunione del Consiglio Comunale, dove propose di mettere delle somme per aprirsi dei lavori, dando egli l’esempio per il primo col dare lire cento. Gli altri lo seguirono generosamente, i proprietari fecero lo Stesso e si raccolsero 20 mila lire. Con questa somma, fecero acconciare delle vie di campagna agli zolfatai, i quali, per quindici giorni, si sfamarono.
Era Sindaco il Sig. Di Benedetto Mandera che oculatamente aperti i brevi lavori, finiti i quali si diede a tutt’uomo a far discendere gli operai in miniera, dopo più di un mese. Da una parte e dall’altra, le perdite furono enormi.
E il Delegato di P. S.? e il Capitano? Si potrà domandare, Rispondiamo: Il primo non si vide più a Riesi ; il secondo fu e encomiato dalla Prefettura.
L’altro sciopero più terribile, colossale, avvenne nel 1903, il giorno 8 di Giugno. Siccome era il tempo della mietitura, così gli zolfatai, col pane in terra, se ne andarono a cogliere spighe per far fronte allo sciopero ; ma cessata la messe, si videro nello stretto bisogno di reclamare ; l’Amministratore Nuvolari non voleva cedere.
La mattina del 10 Luglio, in massa con la bandiera della loro Società scesero in miniera, trascinandosi l’Ing. Accardi, loro Direttore e seguiti da una Compagnia di soldati. Per la via altri uomini e ragazzi l’accompagnarono alla miniera, unendo le loro voci. Giunti ivi, il Direttore diede ordine alle guardie minerari di non far scendere nessuno a basso; la folla, guardata dai soldati, rimase sul comigliolo della miniera: qualcuno voleva fare resistenza alle guardie, ma avendo una di queste sparato un colpo in aria, fu il segnale della rivolta; il popolo irruppe, scendendo abbasso e Fece man bassa di tutto e di tutti,
Vi erano dei pecorai nei dintorni con bastoni, dei contadini con fucili, gli altri con delle pietre e coltelli. Direttore, Ingegneri e impiegati si chiusero dentro le loro belle casine; ma scassate le porte, ferirono gli ingegneri; altri maltrattati fuggirono, le donne spaventate, scapparono oltre il fiume. Ira di popolo, libera me Domine!Resisi padroni, cominciarono a saccheggiare le case. I soldati non spararono, perché chiesero dei rinforzi a Sommatino, rinforzi che vennero tardi, quando tutto era distrutto. Non contenti di avere saccheggiato le case, entrarono nelle macchine devastandole e rompendo tutto ciò che capitava loro; i dimostranti gridavano, minacciavano senza pietà, successe il finimondo!
Soddisfatti dell’opera compiuta, ritornarono in paese tranquillamente. Però alcuni presero il largo per più giorni.
Chiamato l’ing. civile Luigi Lamantia per periziare i danni, furono calcolati 100 mila lire. Un processo cominciò a istruirsi contro i presunti rei. Il 15 Luglio furono arrestati l’Avv.Gaetano Pasqualino e l’ing. Giuseppe Accardi, quali istigatori dello sciopero assieme ad una trentina di persone tra zolfatai e contadini.
Era Sindaco il cav. Inglesi il quale, se da una parte fu contento dell’arresto dei due suoi nemici politici, d’altra parte si adoperò a far scarcerare quei che erano innocenti, le cui famiglie gli andarono a piangere in casa; ad onor del vero, bisogna dire che l’Avv. Pasqualino, trovandosi a casa, sconsiglio gli zolfatai ad andare in miniera, e l’ing. Accardi vi andò per frenare gli impeti: ma i! Delegato di P. S., certo Nicolaci, terranovese, fece come il pesce delfino col suo amico, scrivendo un nero rapporto per tutti e due. Ad ogni modo dopo sei mesi di processo, gli imputati furono assolti.
(1) Lo scrivente era presente
** Torna su**
Cap. XLIV
la grande guerra
Occupiamoci ora della guerra in relazione al nostro paese della Grande guerra, la guerra Europea che cominciò il 1914 e finì il 1918, trascinando il mondo nel la rovina.
Scoppiata nel 1914 tra gli Imperi Centrali e la Francia a cagione del delitto di Serajevo, l’Italia stiede un’anno neutrale, lasciando in lizza la Germania e l’Austria-Ungheria contro la Francia.
Il fatto da noi fu giustificato per rivendicare i confini naturali di Trento e Trieste, di cui l’imperatore Francesco-Giuseppe non ci voleva dare “nemmeno una pietra” . Coloro che ci leggeranno appresso nei secoli futuri sapranno più dettagliatamente come in un primo tempo la Germania, violata la neutralità del Belgio, l’Inghilterra scese in campo in difesa del piccolo regno devastato ed ancora la Russia, mentre la Turchia si schierò a favore degli Imperi; poi scese l’Italia ed infine l’America. Le generazioni che sorgono e sorgeranno appresso devono sapere che la detta Grande guerra durò cinque lunghi anni senza cessare facendosi per terra, per mare, nell’aria. La vita umana non ebbe più valore; nei paesi, nelle città la sera si stava allo scuro per paura delle bombe gettate da aeroplani, uccidendo vecchi, donne, fanciulli: gli uomini in vigore delle loro forze erano alla guerra. Da ciò ne venne la penuria dei viveri e di tutte le cose necessarie alla vita.
Riesi diede il suo contingente con morti, feriti e mutilati. Riguardo al caro viveri, si fece di necessità virtù. Istituitosi un Comitato di soccorso, si fece a gara per le famiglie dei soldati in guerra; la casa della signora Donna Francesca D’Antona, che ci aveva un figlio soldato, era frequentata dalle madri e signore per allestire gli “scalda panni”.
Sui campi di battaglia, nelle trincee, accorrevano giornalmente i nostri soldati a difendere la patria. In giorni tristi, si piangeva, si soffriva anche la fame, ma ci si rassegnava. Che si voleva fare? Di chi la colpa ?
Finalmente la guerra cessò il 4 Novembre 1918. Cessato il fuoco, fatto l’armistizio, ritornarono fra le famiglie i prigionieri, i reduci, i mutilati ; solo i morii che non ritornano mai, non si videro, ma le famiglie si rassegnavano, sapendoli morti da eroi.
E’ scritto alle Termopoli,
In sugli achei stendardi,
Meglio morir da liberi
Che vivere da codardi.
Fra 500 mila morti italiani, si distinsero da valorosi, seguenti nostri Compaesani che noi vogliamo qui ricordare, venerare, rimandando i loro nomi ai posteri.
Il Capitano Salvatore Faraci, già Tenente di Complemento del 22 Regg. di Fanteria. Ebbe i natali il 24 Aprile 1882 da Vincenzo e Gaetano Imbergamo. Operai agiati lo mandarono a Caltanissetta a proseguire gli studi all’istituto Tecnico, compiuto il quale, Salvatore passò a Catania a frequentare l’istituto nautico, dal quale ne usci col grado di macchinista navale in prima; ma il giovane Faraci non pago di ciò, volle elevarsi ancora, recandosi a Torino per frequentare studi Superiori industriali, mentre era impiegato in Officine meccaniche.
Nel 1909, chiamato alle armi, si affezionò subito alla vita militare. Congedatosi col grado di Sottotenente di Complemento, ebbe l’idea di salpare per l’America. Nella guerra fu richiamato e venne in Italia. Da Messina fu mandato in Carnia e nel Novembre del 1915 vi tornò di nuovo per istruire le reclute del suo reggimento; ma dietro sua domanda fu rimandato alla Frontiera, passando col grado di Tenente sul Trentino e in Valsugana. Il 19 Maggio 1916, durante un assalto eroico, cadde sul campo della lotta. Medaglia di argento con motivazione:
* Mentre con animo saldo e fermo braccio, alla testa dei suoi
* prodi soldati, faceva argine all’orda nemica, irrompente, fu
* colpito a morte da pallottola nemica.
”Mirabile esempio di amore per la patria fino al sacrificio della sua giovane vita”.(Da: La Rivista eroica).
Capitano Giuseppe Ferro di Giuseppe e di Rosina Cultrera, maestra elementare nato il 7 Ottobre 1904. il padre, R. Ispettore scolastico a Catania, vide il figlio iscritto al secondo anno d’Università in legge; appena scoppiata la guerra, lo studente universitario, si arruolò nei plotone Allievi Ufficiali del 68 Fanteria di stanza a Milano. Nel Maggio 1915 era già Sergente. Nominato Sottotenente, prese parte con la Brigata Sassari ai fatti d’armi; sul Carso, nel 18, versò il suo primo sangue: una palla lo colpì alla mano destra che gli rimase anchilosata.
Il Tenente Ferro, guaritosi, fu i mandato in Eritrea. Cola, appreso il rovescio di Caporetto volle essere rimandato in Patria. Mandato in Francia, fu a Digione; il valoroso Tenente che da un anno era stato nominato Capitano, cadde da eroe il 29 Settembre 1918.
Ecco la motivazione che accompagnabva la Medaglia d’Argento:
* Mirabile e costante esempio di fermezza e di coraggio,
* nel passaggio di un ponte fortemente battuto dal’Artiglieria
* nemica, non d’altro si preoccupò che del proprio reparto.
* Colpito egli stesso da una scheggia di granata ad un braccio,
* rimase fermo al proprio posto per regolare il m movimento dei
* suoi uomini, finchè colpito una seconda volta a morte,
* lasciò la vita sul campo.(da una monografia del padre)
Rocco Jannì di Pasquale e di Antonina Giardina, Tenente, nacque nel 1895. Maestro elementare, compiuti gli anni di servizio, al momento della guerra fu aggregato alla Sezione Mitraglieri Fiat, Brigata Sassari..
Ito al fronte da graduato, si trovò dinanzi al nemico; giovane ardimentoso, pieno di entusiasmo, volle slanciarsi all’assalto, malgrado i reiterati richiami del suo Capitano. Ferito mortalmente all’addome, fu trasportato all’ambulanza militare, dove dopo poche ore moriva.
Il Governò gli decretò la Croce di bronzo al merito di guerra. (Manca la motivazione).
Tenente Enrico D’Antona del fu cav. Pietro e Donna Francesca, nato nel 1884. Studiando a Napoli e a Torino da avvocato, parti per la guerra; fu prigioniero a Val Sugana.
Cessata la guerra, durante il viaggio di ritorno lo cole una polmonite e mori a Trieste il 6 Dicembre 1918.
Il Sergente Ciulla Gieseppe di Gaetano e di Santina D’Antona proprietario borgese, nato nel 1890, aveva prestato regolare servizio. Richiamato al fronte col grado di Sergente fu nelle trincee. Indi ottenne la licenza per i lavori campestri ma poi, ritornato al suo posto di combattimento, fu nel rovescio di Caporetto. Nella confusione si seppe che era morto di polmonite all’ospedale di Verona.
I suoi fratelli che si trovavano al fronte, ne appresero la notizia senza poter conoscere il Luogo dove fu seppellito. Mancano perciò i particolari.
Tra i soldati figli del popolo, morti sui campi di battaglia. e decorati al valore, vi furono, fra i 96:
Marino Rosario di Francesco e Giuseppa Bellomo, bersagliere, nato nel 1895. Fu uno dei primi; durante il combattimento, ferito gravemente, cessò di vivere a Pacchiasella il 2 Novembre 1816. il Governo gli decretò. la medaglia di bronzo. La stessa sorte del Marino subirono:
Albo Antonio, Angilella Salvatore, Amarù Antonio, Catarinolo Francesco, Di Martino Antonio, Di Letizia Calogero, Di Ventra Salvatore, La marca Gaetano, Lauria Gaetano, Lo Giudice Angelo, Licata Vincenzo, Marotta Cristoforo, Maurici Giuseppe, Marazzotta Salvatore, Sciamone Liborio, Sciacchitano Giuseppe, Rizzo Angelo, Toscano Giuseppe, Vella Salvatore e Vella Michele.
Questi nomi formano un quadro, sebbene incompleto, in una sala del Municipio, con le loro fotografie, in mezzo alle quali spiccano i ritratti dei Capitani Ferro e Faraci.
Le altre famiglie non diedero le fotografie dei loro cari.
Per tutti, fu eretto il Parco della Rimembranza, in ricordo dei gloriosi caduti, secondo le disposizioni del Ministero dell’Educazione Nazionale. Così, il detto Parco sorse alla Spatazza, nello stradale Mariano e propriamente di fronte alla Centrale Elettrica.
** Torna su**
Cap. XLV
la “spagnuola”
Non era ancora cessata la guerra, quando un’altro flagello venne a funestare l’umanità: la “spagnuola”.
Come nella favola classica di Giovanni La Fontaine, degli animali colpiti dalla peste che “fuggivano spaventati cercando un riparo”, così gli uomini e la scienza non sapevano cosa fare per trovare un rimedio al male.
La “spagnuola” : questa febbre mediterranea venuta dalla Spagna, fu un’epidemia molto fulminante che mieteva tante vite umane in un momento, senza pietà. Se tutti non morivano, “tutti erano spaventati”, al dir dello scrittore francese citato.
La morte non guardava in faccia a nessuno: grandi e piccoli; uomini e donne; ricchi e poveri. Chi era preso da quella malattia difficilmente se la scansava e, quando non moriva, restava con qualche difetto.
Le famiglie povere, orbate dai loro cari e immerse nella miseria, non sapevano darsi pace, pensando alla morte spaventevole; vi furono parecchie famiglie i quali ne mori vano due e tre, il lutto era quindi generale, Infuriando il morbo crudele, il seppellimento dei cadaveri veniva operato alla confusa, trasportandoli al cimitero senza nessun conforto. Anche per quelli che morivano in campagna non venivano fatte onorevoli sepolture e si partivano senza nessun accompagnamento. Coloro che erano poverissimi bastavano le poche masserizie ad addobbare una bara; talune famiglie facevano uso delle tavole del letto per la cassa mortuaria.
Ingordi falegnami,speculatori, approfittando del momento, sfruttavano chiunque a loro si presentava.
Col Municipio del Sindaco, nella requisizione che si faceva, si commettevano abusi e soprusi inauditi. Tutto era requisito per dare aiuto agli ammalati, ma il popolo soffriva, mancando del necessario. Beato chi poteva avere un pò di zucchero, d carne o di pane e pasta. Al solito, gli arruffoni ne profittavano. Un quidam, comprata una gallina L.20 per conto del Comune, le tirò il collo e la diede al figlio per portarla a casa.
La “spagnuola” durò quattro mesi, dal Settembre al Dicembre 1918.
Parrà cosa incredibile, eppure è vero. La malattia della “spagnuola”, a Riesi, fece più strage della guerra. Mentre la guerra fece un centinaio di vittime; essa “spagnuola” ne fece morire seicento.
Passata questa marea, che ci lasciò il triste ricordo d’una morte che non venne dagli uomini ; rimasto il caro viveri della guerra che si rimediava con il lavoro ben pagato, si predette di potere andare avanti, superando gli ostacoli della vita. Ma non fu cosi!
Il paese contava circa i6 mila abitanti.
** Torna su**
Cap. XLVI
il bolscevismo
Quel tale Giuseppe Butera, che aveva infiammato la mente degli operai, specialmente dei contadini, si mise a predicare il bolscevismo venuto dalla Russia. Egli, staccatosi dal partito popolare trascinandosi dietro la massa, offendeva tutto e tutti; da socialista spinto. di facile parola, nelle vie, nelle case, dappertutto, predicava coraggiosamente la Rivoluzione.
Il Governo dell’On. Nitti lasciava il campo libero ai socialisti, di modo che nei paesi d’Italia i bambini e le bambine cantavano:
Avanti popolo
Alla riscossa
Bandiera rossa
Trionferà!...
Era l’andazzo delle follie rosse. E il Butera si prefisse di volere per forza la divisione delle terre a Riesi, dicendo di espropriare i feudi ai principi. Naturalmente il popolino, imbevuto di tali principi, gli teneva bordone, battendogli le mani, accarezzandolo. Cosicché lui, forte del suo partito, teneva in soggezione gli altri. Era diventato l’idolo della massa incosciente! Ebbe la tracotanza di presentarsi da candidato come deputato socialista al Collegio. Perciò, nei paesi vicini andava propagando le sue idee, appoggiato dal partito centrale del giornale “l’Avanti”.
Insomma, diede molto fìl da torcere alla P. Sicurezza.
Coi partiti sovversivi, il dopo guerra fu peggio di prima. Qui.da noi, teneva il paese in continuo movimento, in continua animazione di giorno e di sera. I contadini volevano la divisione delle terre, erano diventati bolscevichi; il loro capo assecondando le loro aspirazioni, tempo permettendo, si armavano e andavano nei feudi a prendere possesso.
I padroni delle terre avevano dato ordine ai Campieridi lasciarli fare onde evitare eccidi. Si partiva la mattina per molto tempo con gridi e chiasso e bandiere, arrivando alla meta designata della campagna. Seguiti da una Compagnia di soldati e CarabinIeri tra il chiasso e l’allegria, si facevano la divisione del feudo, cui limiti, piantando le bandiere, cantando: “Bandiera rossa trionferà”. La giornata trascorreva gozzovigliando, schiamazzando, facendo come le galline che schiamazzano prima di far l’uovo.
Al ritorno rientravano la sera nel paese in fila, soddisfatti delle loro operazioni; rincasati, appena preso un boccone, tutti alla Sede socialista per la conferenza del Butera. L’indomani punto e da capo, le solite agitazioni; il conferenziere (sic) faceva sentire le sue minacce, tuonando contro il Governo di allora. E i Carabinieri lì presenti non dicevano nulla.
Impavido, imperterrito, Giuseppe Butera sì credeva padrone. Oltre il battimani e gli applausi che riscuoteva dalla folla, egli era portato a spalla, alimentando la sua bocca di ciambelle e dolci.
Chiusi i proprietari nelle loro case ben serrate, non uscivano, non potevano dir nulla; scorgendone uno nelle vie, gli davano la baia ed era costretto a ritirarsi per tema di qualche brutto tiro.
Minacce su minacce, chiassi su chiassi, i giorni volavano, sperando che migliorassero con quello stato di caos davvero increscioso. Tutto era lecito dal Governo deplorevole del l’On. Nitti che aveva dato la mano larga ai socialisti, i quali se erano forti, non erano neppure d’accordo fra loro.
** Torna su**
Cap. XLVII
la mitragliatrice (famosa repubblica riesina)
Come conseguenza di tutto questo mal Governo, di tutto questo malessere di questo disordine, abbiamo avuto a Riesi la Mitragliatrice. Anche questa brutta pagina di storia dobbiamo registrare in pieno secolo XIX. Scriviamo sotto l’impressione del triste epilogo della nefasta giornata della Mitragliatrice. Ecco il fatto, come avvenne:La Domenica dell’8 Novembre 1919, i soliti bolscevichi, decisero di andare a prendere possesso del feudo Palladio, di proprietà dei principi Fuentes, dato in gabella. Da qui partirono non solo essi, ma chiesero l’aiuto dei loro compagni mazzerinesi, i quali, armati ed a cavallo, vennero a Riesi. Essendo il feudo vicino per lo stradale di Calamita, uomini, donne e ra­gazzi si misero in moto. Il Butera era in prigione. Chi organizzò la gita fu un certo Angilella, uno spietato socialista, Piovutoci non si sa da dove. Costui, predicando a squarciagola, diceva di farla finita coi signori proprietari incitando i cittadini ad armarsi, gli operai di tenersi pronti per la rivoluzione. Lungo la via, soldati, o Carabinieri non poterono arginare, calmare il Popolo. Giunti, al feudo, fecero le dovute operazioni, senza essere molestati. Intanto la P. S. si provvide duna Mitragliatrice che fu piazzata accanto alla chiesa della Madrice tra la piazza Garibaldi e il, Corso Vittorio Emanuele. Gli scalmanati ritornando sull’imbrunire entrarono in paese cantando battendo le mani. Trovandosi nella piazza, l’Angilella ordinò al popolo dì andarsi ad armare e ritornare. E difatti così fecero. La piazza ed il Corso formicolavano di gente. Ad un certo punto il Tenente e il Delegato di P. S. premerono la mano del soldato, facendo funzionare lo strumento micidiale. Al crepitio fulminea della Mitragliatrice seguirono altri colpi di fucile e revolvers. Il terrore invase tutti gli animi. Un momento dopo si vide un campo di morti sia in piazza che nel Corso: anche i feriti fecero spavento. Nella confusione gli sparatori fuggirono; inseguiti, fu rag­giunto il Tenente al piano del Pozzillo per la via di Ravanusa e fu freddato. In quella occasione l’ing. Accardi, che si trovava lungo il Corso, trascinato nel Cortile Golisano, venne pugnalato da mano ignota e ferito. Il pallore, lo sgomento si leggeva in faccia di tutti, vedendo la carneficina il sangue che scorreva, raccolti i cadaveri, le famiglie ne piansero amaramente i figli, i mariti, i parenti, I morti furono 8 e dei feriti non si seppe il numero. La prima versione data dei giornali fu che:la Rivoluzione era scoppiata a Riesi: laonde un Reggimento di fanteria col generale, la notte seguente entrò a Riesi in assetto di guerra, con baionetta in canna e i lanternini accesi. Entrati allo scuro, nel silenzio, in punta di piedi, mentre gli abitanti dormivano, non sapendo dove andare, ne cosa fare; non conoscendo nessuno, ne presentandosi anima viva, il generale adagio adagio fece aprire le chiese per far riposare i soldati che avevano fatto 48 ore di marcia forzata. Giunti alla Sanguisuga temevano ad entrare, credendo il finimondo, che la rivoluzione continuasse. informatosi i soldati che il paese era sotto l’incubo del terrore; che i cittadini spaventati, piangenti. temevano di riaprire le porte sapendo che c’erano i soldati, più tardi, generale e soldati rimasero sorpresi. Fattosi giorno, apertesi le prime botteghe, i soldati, usciti fuori per le vie per comprare da mangiare, nel volto dei cittadini leggevano i segni dello spavento, per timore di essere di nuovo massacrati; ma i soldati li rassicuravano, li confortavano allora furono fatti segno a delle gentilezze offrendo loro il caffè. Rifocillati che furono, la stessa mattina il Reggimento ripartì per la Sede di Palermo. Da quel giorno fatale della Mitragliatrice ovvero da quell’epoca, il popolo riesino rimase scosso: sembra un brutto sogno, eppure è stata una triste realtà che ci fa ripetere col proverbio Chi è stato scottato dall’acqua calda, teme dell’acqua fredda.
** Torna su**
Cap. XLVIII
il fascismo
Gli anni 1919, 20, 21, e quasi tutto il 1922 fino al 28 Ottobre del dopo-guerra, furono anni di disordini sociali, di terrore, di timori a causa del bolscevismo imperante. Si temeva da un momento all’altro la Rivoluzione; il bolscevismo diceva un dotto, si sentiva nell’aria; gli animi di tutti, in conseguenza di ciò, erano sospesi. Le campagne furono abbandonate a sè stesse; i proprietari non potevano dare un passo; furti ed omicidi, ruberie d’ogni genere erano all’ordine del giorno; ladri e ladruncoli nelle campagne razziavano dappertutto.
(qui manca un piccola parte, del testo originale)
aveva preso il suo corso; ne paesi, approfittando dello scuro, si commettevano brutti atti: basta dire che ad un barbiere gli levarono 25 soldi e lo scialle, alla discesa del Carcere vecchio; ad una coppia di giovani sposi, dopo l’Avemaria, mentre tenevano il marito, alla sposa rubarono lo scialle e l’oro; in pieno giorno, per la via detta miniera Tallarita, furono assaltati gli zolfatai che avevano ricevuto la paga.
Ma ciò che maggiormente faceva impressione erano gli omicidi, i delitti terrificanti che succedevano nelle campagne e nei paesi; la vita umana non era appunto calcolata.
La cronaca di Riesi di quei tempi registra Purtroppo fra i tanti delitti di sangue i seguenti:
1) Una notte all’Ammiata, feudo nel territorio di Butera, all’epoca della raccolta del grano, mentre i mezzadri, trovandosi nell’aia dormendo, intesero che i ladri rubavano il frumento, portandolo nelle bisacciesulle bestie come se fosse di loro proprietà.
Svegliatisi i coloni, poiché gridavano, ne furono freddati due. I Carabinieri di pattuglia, messesi in colluttazione coi briganti, ne ferirono uno mortalmente;
2) Ad un Campiere gli levarono tutto quello che aveva e l’uccisero per la via di Gallitano ;
3) Un povero contadino che si recava al vicino Canale ad abbeverare il suo unico somaro, con il quale si guadagnava il pane per la famiglia, suonata l’Avemaria, gli levarono l’animale e lui fu disteso a terra;
4) Alla Scalazza, in pieno giorno, un piccolo proprietario, mentre spietrava il suo campicello, lo legarono, gli spararono, trasportandosi la mula.
Tutta l’Italia era così!...
A porre fine ai tanti malanni, a tanto sfacelo, venne un uomo fatto apposta per salvare la nostra bella Italia. La marcia su Roma del 8 Ottobre 1922, fatta da Benito Mussolini, fece terminare tutto ad un colpo il malessere, rimettendo l’ordine dappertutto. Duce del Fascismo, l’ex caporale dei Bersaglieri, con un pugno di giovani ardimentosi, vestendo la camicia nera, si:oppose al parlamento italiano che era in vera anarchia coi numerosi partiti sovversivi. Afferrato il potere in nome di S. M. il Re Vittorio Emanuele III. col quale avevano fatto la guerra, l’On. Mussolini, mise prima di tutto i punti sugli i ai Deputati che trattò da “pecore rognose” ; e poi parlando da Roma a tutta l’Italia, disse: “Ora basta coi cattivi italiani”. Questo genio ignorato, figlio d’un fabbro ferraio e di una Maestra elementare, amico del popolo, nato a Predappio, nell’Emilia, col suo colpo di Stato, col suo pugno di ferro, istituì, fece sorgere il Fascismo in tutti i paesi del Regno, coi Fasci di Combattimento formati dai reduci della guerra, dai buoni italiani.
Dapprima sì impose con la forza, costringendo i riottosi a stare al loro posto; cosi a mano, a mano l’ordine cominciò .a ristabilirsi a misura che si affermava il Fascismo.
Un’era nuova si apri nei paesi, cessando lo scompiglio e la delinquenza. La Giustizia punendo i ladri rigorosamente, i furti cessarono; la P. S., dando la caccia spietatamente agli omicidi, ai malfattori, liberò le campagne e i paesi.
La mafia ebbe un serio colpo alla testa. Venuto in Sicilia .S. E. Mussolini, disse queste precise parole a Messina: “Voi, le vostre popolazioni, avete bisogno di essere purgate dalla mala vita” . Egli giungendo fino a noi alle miniere Trabia Tallarita, come dovunque fu acclamato.
Esponente del Fascio di Riesi da noi fu il Dott. cav. Gabriele Lamonica, reduce da Capitano Medico dalla guerra. Con zelo, coraggio e fede fascista fondò il Fascio di Combattimento; coadiuvato dalla Forza Pubblica; ogni giorno per le vie si andava gridando: “abbasso la delinquenza!, Viva il Fascismo!”. In principio i fascisti furono pochi, ma dipoi visto i risultati benefici che diede la tranquillità al popolo, molti si unirono al Fascio, Creato dal Dott. Laconica che fu il Segretario Politico
Anche i proprietari vestirono la camicia nera, di guisa che la massa passò al Fascismo. Le dimostrazioni erano ostili ai potere. Ogni giorno la stampa annunziava tutto quello che faceva il nuovo Governo dell’Ori. Mussolini, il quale sciolta la Camera dei Deputati volle rivestirla di nuovi elementi del suo colore, cioè fascisti.
Dato l’assesto al la Camera e ai paesi, S. E. il Capo del nuovo Governo pensò di sciogliere i Consigli Comunali d’Italia per fare entrate i Consiglieri fascisti poco alla volta. Riflettendosi, qui a Rìesi, incominciò la lotta politica contro la democrazia al potere.
I democratici d’altra parte si credevano forti e cercavano di resistere all’urto, ma il Dott. Lamonica s’imponeva col suo partito del Fascismo che guadagnava terreno giorno per giorno, i delinquenti arrestati spazzarono il terreno per le nuove idee le quali seppero di ostrica a coloro che non le compresero.

Cap. XLIX
sindaco il com. G. c. golisano – il ritiro – giuseppe martorana – la luce elettrica – vittoria del fascismo – il com. d’antona sindaco
Era Sindaco dell’epoca il comm. Giuseppe Carlo Molisano. Cincinnato di Riesi, l’Avv. Golisano fu chiamato a quel posto di nuovo, per salvare la posizione d Consiglio Comunale in sfacelo nel 1920 e per far argine al bolscevismo. Poiché anche nel detto Consiglio era penetrato il disordine e si era in piena anarchia fra gli operai, ci voleva un uomo ben visto alla Prefettura e al paese, i reggere la barca fessa del Municipio. E difatti il Pasqualino si era dimesso lasciando il campo libero all’ ing. Accardi col quale non andava d’accordo. Questi, non potendo essere d’accordo con gli operai, sì dimise pure ed afferrò brevemente la Sindacatura, l’avvocato Don Gaetano Debilio, un pasqualiniano. Il Consiglio in balia di se stesso, per forza doveva essere sciolto, ma ad evitare maggiori spese, si lasciò stare così com’era.
La nomina a Sindaco del comm. Golisano fu accolta una unanime benevolmente, con simpatia. L’egregio uomo accettò la carica volentieri, sperando di fare del bene al paese. Egli si mise all’opera, con la Giunta degli operai, scegliendosi a vice Sindaco l’operaio Giuseppe Martorana e con lui il Segretario del Comune, Francesco Mule Vella, che da maestro della musica, maestro elementare, in resosi pratico dell’Ufficio, sbrigava le pratiche passabilmente.
Il Sindaco si pose innanzi i gravi problemi del paese. Cominciò egli a lavorare alacremente prima di tutto per la luce elettrica, onde levare io scuro, mettendo Riesi alla pari degli altri paesi vicini; in secondo luogo si diede attorno all’impellente problema dell’acqua potabile e le fognature per dissetare gli abitanti, levando le porcherie, le immondizie delle vie ed avere un paese pulito.
Tali problemi affrontò il comm. Golisano; per quanto difficili a risolversi, pure il Sindaco vi lavorò assieme al suo Segretario, pensandovi seriamente giorno e notte. Il nostro concittadino, che conoscemmo, di già voleva rendersi benemerito alla cittadinanza riesina: egli trascurava gli affari suoi, dandosi anima e corpo al Municipio.
Ma dopo il 1922, con l’avvento al potere del Fascismo, ne insidiarono il Consiglio. Sebbene egli comprese i tempi nuovi fin da principio, tanto vero che pubblicò una scritta a favore del Duce, chiamandolo un grande uomo di stato “simile a Cromwell” ed altri pure i fascisti, con a capo il Dott. Lamonica, gridavano: “Abbasso il Consiglio”. E il Sindaco Golisano, non potendo sopportare i tumulti e le grida, si dimise, ritornando ai suoi campi, agli affari suoi, ai suoi studi, lasciandoci come ricordo, oltre il bastione e la piazza Garibaldi ammattonata, la luce elettrica che illumina sfarzosamente il paese. Col censimento, sotto di lui, il paese contava 17.248 abitanti.
Lasciato in carica l’operaio Martorana, questi da Sindaco titolare fece di meglio per non cadere.
Fu Sotto di lui che si portò a compimento la luce elettrica. Il paese cominciò a respirare, a gioire; appoggiato questo Sindaco dall’ex partito democratico, si credeva forte, ma il Consiglio di Riesi doveva essere sciolto. Il Segretario politico col Fascio, secondo l’idea dei Duce, erano sicuri del fatto loro.
E difatti il Consiglio venne sciolto nel 1925. Un R. Commissario ne venne a reggere le sorti protempore.
Essendo un fascista, era ben naturale che doveva mettersi in relazione col Segretario del Fascio, dott. Lamonica e la P. S. Giusto vi erano qui due bravi funzionari, il Maresciallo Giuseppe Scurria e il Commissario di P. S. Belofiori, i quali erano lo spauracchio degli uomini di malavita e dovevano fare il loro dovere a favore del Governo,
Fattesi le elezioni a tamburo battente, dopo i tre mesi, fascisticamente, la maggioranza fu del Fascio capitanato dal dott. Lamonica e i civili di Riesi. Snidata la vecchia democrazia, salirono al potere i fascisti. A Sindaco fu eletto il comm. Don Luigi D’Antona. Lo stimato banchiere, vestendo la camicia nera, si trovò di fronte alle nuove esigenze del Fascismo e del paese.
Egli però non ebbe il tempo di potere esplicare nemmeno una parte del programma fascista, perché vi fu un’altra, riforma mussoliniana.
** Torna su**
Cap. XLIXbis
dai sindaci al podesta’
La riforma fatta dall’On. Mussolini fu di togliere dai Municipi i Sindaci e mettervi dei Podestà nominati dal Governo del Re. E questa riforma la fece attuar prima nelle città e poscia nei paesi. L’anno dopo la rese comune a tutti i paesi.
Scopo delle legge è di concentrare tutta l’Amministrazione Comunale nelle mani di un uomo, levando le camarille locali.
Il Podestà deve durare in carica cinque anni e può essere riconfermato.
Secondo questa legge il comm. D’Antona decadde da Sindaco. Bisognava fare il primo Podestà di Riesi. Chi più indicato del cav. dott. Lamonica? Chi più fascista di lui? Chi meglio di lui poteva assumere tale carica? L’uomo indicato, designato, fu appunto il cav. dott. Gabriele Lamonica. Egli si dimise quindi da Segretario politico del Fascio di Riesi, accettando la carica di Podestà del nostro Comune.
Ito a prestare giuramento nelle mani del Prefetto a Caltanissetta, venuto il decreto reale, al ritorno gli sì fece una calda ovazione, una calorosa dimostrazione di simpatia e di affetto. Al posto di Segretario politico, i gerarca di Caltanissetta nominarono il cav. Notar Giuseppe Sanfilippo, già vice Pretore negli anni 1915-1926, il di cui figlio Avv. Matteo, reduce della guerra, in città era un pezzo grosso.
Le gerarchie fasciste sono formate dalle Federazioni provinciali e dai Sindacati a cui fanno capo il Prefetto; nei paesi il Segretario politico è il capo del Fascismo e di tutte le organizzazioni che sono: Associazione dei Combattenti; Federazione dei Commercianti; Società delle madri dei caduti in guerra; del Dopolavoro; dell’O. N. B., della Milizia fascista e della Federazione degli Agricoltori.
Tra Podestà e Segretario politico, deve esservi un reciproco accordo.
Il dott. Lamonica Podestà e il Segretario Notar Sanfilippo per un pò di tempo si diedero la mano, ma poi non si sa perché, non furono più d’accordo. Il Podestà i credeva insormontabile dietro quello che aveva fatto e detto, ma egli aveva dei nemici sott’acqua. Sotto di lui si acconciarono le vie del Canale è quella che va al Calvario col nome di Marconi; la prima impraticabile, fu fatta a ciottoloni e prese la via de Littorio; la seconda fu fatta sbassare nella parte rocciosa rendendola più. praticabile. Per le dette vie spese una bella sommetta.
Di più, il nostro Podestà si occupava dell’acqua potabile, conoscendo i bisogni del paese in quegli anni di. siccità..
Se dobbiamo essere spassionati il dott. Lamonica, se aveva degli ammiratori, aveva anche dei satelliti, e lo rendevano inviso ai suoi nemici, come anco a certi suoi amici. Fra gli impiegati municipali vi erano quelli che lo subivano.
Per una cosa da. nulla, per aver detto che un tale era analfabeta, per potere ottenere il permesso d’armi, mentre quello non sapeva firmare, il primo Podestà cadde nella trappola. Il fatto sta che in Questura gli si fece un processo; processo che dinanzi il Tribunale sfumò.
Ed è perciò. che il dott. Lamonica non fu più Podestà. Bravo, intelligente professionista, ricco di casa sua, si occupa degli ammalati, passando la sua vita anche in campagna con la sua famiglia, nella bella casina del Crocifisso.
Ebbe la jattura di perdere un figlio promettente in una disgrazia, i cui funerali riuscirono solenni.
Se sono cose queste che abbiamo visto e ai nostri giorni, crediamo che nessuno potrà accusarci di partigianeria;. la nostra storia contemporanea l’abbiamo fatta e la facciamo imparzialmente, narrando ciò che abbiamo visto e veduto coi nostri occhi.
** Torna su**
Cap. L
un commissario prefettizio modello
Il Governo Centrale dell’On. Benito Mussolini, allargando i poteri discrezionali dei Prefetti, dando loro il titolo di Eccellenza, diede la facoltà di nominare i Commissari nei Comuni, ed è perciò che si chiamano Commissari Prefettizi; come pure furono abolite le Sottoprefetture, avendo i Comuni relazione diretta con le Prefetture nel Capoluogo della Provincia.
S. E. il Prefetto di Caltanissetta, tolto il Podestà processato, vi mandò a sostituirlo, nel 1928, nella qualità di Commissario Prefettizio, il cav. Ugo Rossi consigliere presso la stessa Prefettura.
Il cav. Ugo. Rossi, calabrese, era stato 13 anni Sottoprefetto a Noto ed era molto esperto e pratico di amministrazioni comunali. Buono, intelligente e giusto, appena giunto fra noi disse: “Questo paese non ha avuto buoni amministratori”; e indi rivoltosi agli astanti: “Se voi mi aiuterete; vi lascerò Riesi una cittadina”.
Immedesimandosi della nostra sorte, girando di qua e di la, vide che la via del Parroco, ove comincia la via Marconi; era orribile; con poca spesa la fece bene accomodare.
Trasformò la Casa Municipale internamente ed esternamente, rendendola un vero Palazzo di Città; la sua bella prospettiva, rivestita a nuovo, ne fa un magnifico aspetto. Nell’interno trasformò la sala del consiglio in un salone di ricevimento stile Luigi XIV; sistemò gli uffici municipali razionalmente. Tutto faceva eseguire sotto la di lui direzione. Gli impiegati, ben trattati, gli volevano un gran bene; il popolo, specialmente i poveri, trattati come si deve, lo amavano.
Ma queste, non sono le sole opere ed azioni che parlano del cav. Ugo Rossi: egli fece ancora di più.
Con un manifesto al pubblico annunziò che aumentava di cent. 10 al Kg. la carne e cent. 10 a litro il vino, per abbellire il Parco della Rimembranza, perché “non faceva onore nè ai morti nè ai vivi”, e ciò per non aggravare il Bilancio.
Difatti, raccolta la prima somma, la impiegò subito a fare acconciare i due tratti delle vie Cavour e Mazzini che portano a Parco. Con ammirevole cura fece recintare la Rimembranza di mura, con un’entrata a grata di ferro, vi collocò vasi e vasetti attorno agli alberi, un monumento ai caduti al centro, una colonna d granito con una piccola aquila in cima, una croce fuori il Parco danno un aspetto bellissimo al sacro recinto. Così ne rese una bella, attraente passeggiata.
Il cav. Rossi, visto che a Riesi mancava una pescheria e che il pesce si vendeva all’aperto nella piazza del Crocifisso fra le mosche e il fango, volle levare quella sconcezza facendo sorgere la pescheria nel cortile Riccobene, più in là della piazza. E’ poca cosa, ma è meglio di niente.
Dando un’occhiata al cimitero, vi fece fabbricare una piccola cappella di cui era sfornito, fece sistemare i viali e mettere la breccia alla stradetta.
Attorno alla piazza Garibaldi, fece piantare degli alberi come all’altra piazza del Crocifisso e allo stradale della Rimembranza.
Mise un’ordinanza, con la quale imponeva i proprietari nei Corsi principali a fare il prospetto delle loro case. Alcuni furono solleciti a farle, altri, a causa della Assicurazione agli operai, furono riottosi.
Tutto l’egregio Commissario aveva in animo di fare e rifare.
Ma dove maggiormente il cav. Rossi lavorò fu per la soluzione del grave problema dell’acqua potabile e le fognature. Questo era il suo sogno e ci era quasi riuscito. Aveva contratto con una Società romana, ma sul più bello, venne trasferito a Catania e ci lasciò.
il popolo commosso all’atto della partenza, nel salutarlo, gli fece una dimostrazione di affetto. Anche lui, il cav. Ugo Rossi, fu commosso, spiacente di averci lasciato senza aver terminato ciò che aveva nell’animo di fare. Fra tutti i Commissari forestieri che sono passati nel Comune di Riesi, nessuno ha lasciato un ricordo conte lui.
Dacché esiste questa legge, in quest’epoca di Fascismo, vi sono stati finora tre Podestà e quattro Segretari politici.
** Torna su**
Cap. LI
la ferrovia - mentre scriviamo, terminando
Mentre scriviamo terminando la nostra storia, frutto della nostra immane fatica, lavoro della nostra povera intelligenza, noi che, oltrepassato mezzo secolo di esistenza, abbiamo visto passare uomini e cose, ci fermiamo qui.
Mentre scriviamo i lavori della ferrovia sono a buon punto; già la bella Stazione è terminata e la linea è quasi ultimata.
Questa sospirata linea ferroviaria interna della Sicilia, partendo dalla Stazione Centrale di Canicattì, dovrà passare per le stazioni e paesi di Delia, Sommatino, Trabia-miniere, Riesi, Mazzarino, San Michele di Ganzeria, San Cono e Caltagirone, proseguendo poi per Catania,
Il tronco che dalla Stazione Trabia-miniere viene a Riesi è meraviglioso. Scendendo il treno dalla montagna della miniera Grande di Sommatino, che costeggia fra le gallerie, arriva al vallone detto della Cottonara; passato il ponte fa una curva e dopo 550 metri giunge all’altro colossale ponte Imera sul Salso , accanto a quello interprovinciale. E’ un’opera d’arte moderna. Esso ponte ha 10 luci di 15 metri ciascuna, è lungo m. 190,80, largo m. 5,10, alto m. 25, tutto in pietra da taglio. Passato il quale la macchina si ferma alla stazione delle due importanti miniere che sembrano, con le magnifiche casine che vi sono, un ameno villaggio.
La locomotiva, messasi in moto nella valle del “Salso” va verso due viadotti: il primo, lungo m. 184,50, è ha 10 luci di cui 8 centrali di m.15 e le due estreme di m. 10; il secondo lungo m. 86,50, è ha 4 luci di m. 15 ciascuna. Ed eccoci ora. alla grande, maestosa galleria o traforo della Cammarera lunga m. 1091, con l’altezza di m. 29,50 dal fondo del vallone. Uscendo la macchina col suo fischio, nel guardare il monte Stornello, il treno traversa la contrada detta Ficuzza finche, tra ponti e ponticelli, arriva all’ultimo viadotto del Bannuto, lungo m. 87, ha 5 luci di m. 10 ognuna. Con una breve discesa nella contrada Giarratana, la strada ferrata ci porta al simpatico ponte del cavalcavia di San Giuseppuzzo e, passato, il bel Casello, entra nella stazione del Lago, vedendo il grazioso villino Antonietta del comm. Golisano e la casina del signor R. Jannì. Riesi!!... Finalmente!
Sono lavori esatti, opere d’arte, che hanno onore alla Ditta dei signori Ing. e Colonnello De Vecchi di Favara, alla squisita cortesia dei quali dobbiamo le informazioni di cui sopra, assunte nei loro uffici. In atto, il Colonnello cav. Giuseppe, è Commissario Prefettizio.
La Stazione di Riesi, che sarà di grande utilità per il commercio delle merci, è al centro della costruente linea ferroviaria.
Quando si sentirà il fischio della locomotiva, annunziando “Riesi!!...” il paese godrà dei benefici della civiltà.
Colui che per la prima volta verrà in treno a Riesi, se di primavera, affacciandosi allo sportello tra l’olezzo dei fiori e le bellezze naturali, resterà meravigliato, incantato a tanto sorriso di Dio e della natura. Il viaggiatore, dopo avere ammirato la lavorazione della zolfo nelle miniere presso il fiume Imera, ne sentirà il puzzo, e spingendo lo sguardo fino al ponte interprovinciale ne riporterà una bella impressione e siamo certi che racconterà di’ avere visto cose meravigliose.
Chi l’avrebbe detto che un giorno queste terre sarebbero state allietate dalla ferrovia? Ah se i governi passati fossero stati più benefici verso di noi, quanti guai ci avrebbero risparmiato! Ma, grazie a Dio, le future generazioni saranno fortunate, sentendo il fischio e vedendo arrivare la locomotiva.
Il traffico della ferrovia farà allargare di molto il paese verso quella parte, facendo sperare che sorgeranno bei palazzi, belle case, botteghe e alberghi. La. via, che del resto e larga e lunga, si presta ad un nuovo quartiere di stile moderno.
Riesi, messo alla pari degli altri paesi civili del mondo, sarà una cittadina. Manca, ancor oggi, l’acqua potabile abbondante e le fognature. Chi saprà risolvere questo importante, vitale problema, avrà legato il suo nome alla storia e sarà immortalato. I popoli, oltre il pane, le vesti e la casa, hanno bisogno d’igiene per vivere bene: la pulizia dei paesi è indice di vera civiltà.
Non è per dare. una lezione a chi ne sa più di noi, ma è per spronare gli altri a far meglio. Lo abbiamo detto sin dal principio e lo ripetiamo ora terminando: il nostro paese ha sempre progredito. Se venissero i nostri primi padri - non diciamo quelli dell’epoca primitiva, nè quelli del secolo XVII, nemmeno i vissuti fino al 1850, ma quei dal Risorgimento in poi - crederebbero di sognare vedendo il piano della Madrice, la Piazza Garibaldi mattonata, il palazzo della baronia comprato dall’ing. F. Turco, ricostruito di nuovo, con la bella, imponente e maestosa prospettiva; la sagrestia e la casa d’abitazione del sagrestano Mulè, trasformata in casa canonica; l’asciugatoio eretto nel palazzo del duca; più in là, la casa della Principessa, e sul carcere vecchio sorta la bella casa dell’ing. F. Drogo.
E i bei prospetti attorno la Piazza Garibaldi circondata di alberi? I corsi e le vie principali lastricati?
Che direbbero al sentire che in due ore si giunge a Caltanissetta, e che in una giornata si può andare e.tornare? Che non ci sono più quelle carrozze, ma bensì automobili? E che il fiume non è più di spavento?
La vita quindi, da un secolo a questa parte, ha di molto migliorato.
Lo zolfataio, gli operai, non frequentano tanto le bettole, ma i tre caffè-bars, fra i quali primeggia il gran caffè Giannone, e tutti vanno vestiti bene.
Anche le donne vestono all’ultima moda di Parigi, e vanno in giro, per le vie, sole.
Le scuole, sia comunali che evangeliche, sono frequentati da scolari d’ambo i sessi, vispi, intelligenti, studiosi, buoni.
L’istruzione e il lavoro, hanno fatto crescere la gioventù della nostra generazione di un’altro tipo.
Col fascismo poi, in quest’ultima epoca, i delitti sono ,diminuiti: i furti del 41 per cento e i delitti di sangue del 67 per cento.
L’Opera Nazionale Balilla, istituzione scolastica del piccoli educa questi agli esercizi ginnici, al canto e al lavoro.
L’Associazione delle madri e vedove di guerra; l’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia per i bimbi poveri; l’Istituto Nazionale di Previdenza per la pensione in vecchiaia; la Milizia Volontaria fascista, ed infine il campo sportivo per il giuoco del calcio che attira i tifosi a veder giocare; tutte queste belle istituzioni sono sorte ai nostri giorni.
Per i nostri avi tutto ciò sarebbe come un sogno, ma per noi è una realtà vissuta e provata.
Concludendo ci auguriamo che in avvenire sarà ancora meglio. Coloro che verranno appresso di noi, godranno maggiori benefici di questi, perché si dice: “L’uno semina e l’altro raccoglie”.
Riesi, risorta a vita novella, come la favola della Fenice la quale, bruciandosi dalle sue ceneri, ottiene vita più rigogliosa, piena di vitalità, è un paese di 22 mila abitanti che accenna a diventare città.
Come per il passato. in tre secoli di vita attiva, il lavoro e l’ingegno ci hanno portato a questo punto, così nell’avvenire il lavoro, sorgente di pace, di prosperità e di felicità, farà il resto. Il progresso in tutte le cose non si arresta mai; ma bisogna ammettere che si deve progredire anche nella morale, base della vita.
In questi ultimi anni di nostra esistenza, abbiamo avuto due fattacci specifici che ci hanno degradato molto di fronte agli altri paesi della Sicilia; ma essi fatti singolari, che sano passati alla storia, speriamo che non si ripeteranno mai più, per la giusta Nemesi, cioè il castigo che hanno avuto, per servire di lezione agli altri. Del resto ogni regola ha la suaa eccezione: non si può condannare un popolo per pochi degenerati.
Il fatto del brigante Francesco Carlino che da giovane, gettatosi alla macchia, dal 1920 al 1922 diede filo da torcere alla Pubblica Sicurezza dell’Isola, da additarsi come autore di tanti delitti; egli perseguitato ricercato dalla giustizia umana, venne arrestato in una casa sul poggio della Croce.
Inserragliatosi dietro una bestia, fece fronti ad una compagnia di soldati e carabinieri, guidati dal Questore Mori da Trapani, il quale, prima di ordinare il fuoco contro la casa mandò a chiamare la madre dinanzi la quale il brigante generosamente si arrese. Fu condannato ad anni 30 di prigione, ma evadendo, si recò in Francia, per potere salpare per l’America. In Francia commise un’altro delitto Per il quale fu condannato a 15 anni. Mentre scriviamo, lui sconta la pena alla Gajenna. “Godo buona salute, apprendendo il mestiere di calzolaio” scrive in francese alla madre.
L’altro fattaccio orribile, che fa orrore al solo pensando, è il delitto avvenuto nella miniera Tallarita il 21 Giugno 1931. E’questo delitto passibile della pena di morte, di cui Riesi ebbe il primato con la nuova legge, fa spavento.
Ricostruendo l’orrendo delitto dei nostri giorni ci trema i penna a narrarlo succintamente: il ragazzo tredicenne Zuffanti Salvatore, lavorava da manovale col muratore Gaspare Calafato, giovane promesso sposo 24 anni da qui. Fatta la mezza giornata antipomeridiana nell’andare a prendere un boccone con un certo Giuseppe Mignemi da Canicatti, vecchio arnese da galera, si trascinarono l’innocente fanciullo in fondo ad un corridoio esterno della miniera. Dopo aver mangiato lo legarono con una corda e lo violentarono; non contenti di ciò, temendo che il ragazzo parlasse, gli stroncarono la nuca e lo lasciarono cadavere.
Terminato il lavoro nel pomeriggio, il Calafato ritornò in paese, facendosi vedere. La famiglia del ragazzo si mise a cercare il figlio senza poterlo ritrovare. La notte i due delinquenti, al lume di una candela, andarono a gettare il cadavere nel fiume, credendo che la corrente se lo dovesse trascinare. Ma l’indomani mattina si vide il morto galleggiare nel gorgo. Denunziato il caso alla giudiziaria, vi accorse la P. S. e il dott. Giuseppe Celestri. Tolto il cadavere, dall’autopsia risultò tutto lo sfregio fatto al povero corpo. Subito furono arrestate le due belve umane, che sulle prime negarono, ma poi il Mignemi confessò, mentre il Calafato si mantenne sulle negative.
La popolazione messa in movimento, imprecava contro i malfattori; la stampa italiana giustamente ne fece chiasso portando ai quattro venti il delitto di Riesi.
La famiglia, i parenti erano inconsolabili. Chi non ha cuore non si commuove a tanto sfregio; ma il cuore la abbiamo tutti; crediamo che anche gli animali e le pietre si commuovono.
Alle Assisi di Caltanisetta, i giudici furono inesorabili, condannandoli alla pena di morte. Però nel l’eseguirla solo il Mignemi all’alba del Gennaio 1932 fu giustiziato; mediante fucilazione alla schiena, da un plotone di Metropolitani romani appositamente inviato, mentre il Calafato, all’ultimo momento la pena di morte gli fu commutata in ergastolo, essendosi egli mantenuto sempre sulla negativa, e perché era il primo caso.
Al Cimitero del nostro paese l’effigie del giovanotto Zuffanti Salvatore mostSezione:STORIA/ARTE/CULTURA/TRADIZIONI


SALVATORE FERRO
LA STORIA DI RIESI
DALLE ORIGINI AI NOSTRI GIORNI
CALTANISSETTA
PREM. TIP. SALVATORE DI MARCO
1934 - XII
Stampa intera opera


Cap. XXXVI
l’avv. G. carlo golisano sindaco – il primo centenario di garibaldi solennemente festeggiato
A succedere al posto di Sindaco, in sostituzione del Cav. Di Benedetto, fu designato l’Avv. Giuseppe Carlo Golisano. Tale nomina fu accolta con soddisfazione dal paese.
L’Avv. G. C. Golisano, figlio di Don Rosario e di Donna Teresa Pasqualino, si laureò in giurisprudenza, assieme al cugino R. Pasqualino Vassallo. Fu per breve tempo Vice Pretore. Apparentato con l’ex Sotto Prefetto Debilio, ebbe due doti, poiché gli morì la prima moglie. Datosi alla frutticoltura, migliorò il suo fondo di Birrigiuolo dove vi fece nascere una graziosa villa, dedicata alla figlia Rosina. La preziosa acqua, una vasca ed una grotta artificiale, nonchè una bella casina, ne fecero un eccellente ritrovo.
Fu per queste migliorie che meritò la Croce di Cavaliere. Appassionato del suo fondo, amante della famiglia, di rado si vedeva in paese. Amava la musica, le arti belle, la poesia e la letteratura.
Nominato ed accettata la Sindacatura, si propose di voler fare grandi cose per il suo paese; ma il tempo gli mancò.
Però fece costruire dei bastioni lungo la Via Vittorio Veneto, già Timoleonte; badò alla pulizia, alla illuminazione, all’Annona.
Nello stesso anno (1907) il 7 Luglio ricorreva il primo centenario della nascita del leggendario Eroe dei due Monti, del fatidico Condottiero delle camicie rosse.
Questa data si doveva festeggiare dal partito liberale di Roma, ma si ostacolava seriamente da parte del Governo, di modo che nei paesi si era costretti a tacere.
Ma qui però, un gruppo di giovani operai liberali, arditi, lanciarono l’idea di far qualche cosa a qualunque costo.
Essi furono presi per pazzi, ostacolati, minacciati; ma non si scoraggiarono. Formatosi un comitato, andavano raccogliendo fondi per le spese. Presentatisi al Sindaco, questi diede il suo obolo personale, dicendo: “Fate, fate…! Io sarò con voi nello” spirito ». Scesi nelle due miniere, ingegneri e impiegati contribuirono largamente, entusiasticamente. Eppure occorreva ancora della moneta per potere arrivare a far suonare la musica, almeno in quel giorno. Ci si rideva in faccia, ci si minacciava, ma pure si lavorava ogni giorno senza tema.
Avvicinandosi la data, dopo tanto chiasso dei Deputati estremisti alla Camera, finalmente il Governo italiano decise di festeggiarsi il primo centenario di Garibaldi.
Una lettera del Prefetto invitava il Sindaco a festeggiare il centenario, largheggiando nelle spèse. E allora il caro funzionario fece chiamare quel comitato, al quale partecipando la notizia, mise a disposizione le somme necessarie e la sala del Consiglio per riunirsi e deliberare sul da farsi.
Vi erano ancora otto giorni per la ricorrenza e in questo tempo si concertò tutto. Qui sorse una questione, se il Presidente della festa doveva essere il Sindaco, che rimase estraneo al movimento, o il Pasqualino che si prestava in tutto.
Chi partecipava, per l’uno o chi per l’altro,ma infine si tagliò la testa al toro, eleggendo il presidente della festa il preposto più vecchio garibaldino Sig. Giuseppe Ferro negoziante, Consigliere Comunale, dandosi incarico all’Avv. Gaetano Pasqualino di fare il discorso d’occasione. Tanto l’uno che l’altro accettarono commossi. il Sindaco fu ossequiente alla decisione, accogliendola entusiasticamente purché si riesca alla solennità disse, inneggiando all’Eroe, lodando il Comitato.
Il giovane pittore pieno d’ingegno, Luigino Patrì di Francesco, di sua iniziativa, aveva modellato in gesso un mezzo busto naturale di Garibaldi, da erigersi nella piazza omonima scoprendolo il giorno della festa. Si pensò adornare la piazza di festini e fiori, ed illuminarla. Per tutto il giorno e la sera si incaparrò la musica cittadina. Di più, si allestirono una dozzina di camicie russe per i garibaldini superstiti e si decise di offrire un pranzo ai più poveri.
Il 7 Luglio cadde di Domenica: tutti erano a casa. La mattina all’alba furono sparati 21 colpi di bombe a mano, svegliando gli abitanti dei diversi quartieri; alle ore 8 la musica incominciò a suonare; le bandiere sventolando annunziarono la festa; il movimento era insolito.
Un lungo corteo si formò al Municipio, con a capo il Sindaco e la Giunta, seguiti da cittadini e popolo; davanti sfilarono i garibaldini in camicia.
Alle ore io, sotto la sferza del sole, si percorsero le Vie
Principe Carignano, Umberto I° e il Corso V. E. per trovarsi in piazza ove si svolse la cerimonia. Nel pomeriggio vi fu il pellegrinaggio delle scolaresche comunali ed evangeliche, recandosi davanti la statua, cantando il fatidico inno:
Si scopron le tombe, si levano i morti.
Una lapide di marmo fu posta al cantone della piazza, accanto al casino dei civili. L’epigrafe, dettata dal Sindaco
G. C. Golisano, dice:
PERCHÈ SIA AFFERMATO A PERENNE RICORDO
IL PRIMO CENTENARIO DELLA NASCITA DI
GIUSEPPE GARIBALDI
CUI LA PATRIA NOSTRA DEVE LA SUA PRECIPUA REDENZIONE
OGGI 7 LUGLIO 1907 CITTADINANZA E MUNICIPIO
IN SOLENNE ENTUSIASTICO ACCORDO
QUESTO MARMO
POSERO
La sera si chiuse la bella festa civile, riuscitissima, con concerti musicali, fantastica illuminazione e le passeggiate sotto gli archi trionfali.
Possiamo dire con orgoglio che in quella occasione Riesi dimostrò di essere un paese liberale e patriottico, superando se stessa.
Il più soddisfatto di tutti fu il Sindaco, il quale: mostrò il suo liberalismo in fatto di idee politiche; ma egli di poi non fu assecondato dal Consiglio; la compagine Di Benedetto-Pasqualino non poteva andare d’accordo: laonde fu sciolto il Consiglio e un R. Commissario venne a reggere, per .un pò di tempo, le sorti del paese.
** Torna su**
Cap. XXXVII
dal Cav. Inglesi, di nuovo sindaco a don luigi d’antona
Ed ecco un’altra volta coalizzarsi i signori Cappeddaper dure addosso al partito Pasqualiniano. In questo caso scese in lizza il nobile Don Luigino D’Antona, tiglio del fu Pietro e Francesca D’Antona, la imponente e rispettabile famiglia che noi conosciamo di già.
Don Luigino D’Autona da giovane, venuto dagli studi da Napoli, dove c’era lo zio, sposata una Di Lorenzo, cugina, ereditò la casa del nonno, al piano, dove fondò la Banca Agraria. Ben quotato quindi e, per la sua tradizione, era un nome a Riesi.
Le Elezioni Amministrative del 1910 si presentavano triste assai laonde il Pasqualino credette opportuno di non lottare. Egli consigliando i suoi elettori ad essere prudenti, se ne stette a casa.
La vittoria perciò fu tutta del partito avverso.
L’Amministrazione Comunale potò di nuovo a Sindaco il Cav. Don Carmelo Inglesi; ma la morte del Trapani avvenuta nel 1904, che era il perno di tutte le Amministrazioni, scombussolò i Capi, Sindaco fu nominato il D’Antona; affiancato col Pasqualino Vassallo, Consigliere principale, visto che gli affari della banca gli andavano bene e che per il paese era un sollievo, specialmente agli agricoltori, fu nominato Commendatore.
Da Sindaco il Comm. D‘Antona era imponente: bene accettò al partito; il rispetto che aveva per lo zio Senatore, le Autorità lo avevano in grande stima. Con la Banca Agraria, la casa del Comm.. Don Luigino D’Antona era ben frequentata di persone amiche personali e clienti.
L’Amministrazione Comunale del Sindaco D’Antona era tenuta in buon conto, Il suo partito era compatto; i Consiglieri Comunali gli erano tutti favorevoli. La casa e il Comune per Don Luigino erano la sua vita; agli affari di campagna, ci badava pure, ma per lo più c’erano i Campieri; censito com’era con le terre di Brigadieci, Schette, Figotto e Calamuscini aveva molta servitù. Buon padre di famiglia, con le sue aderenze, col suo prestigio, il Sindaco di Riesi, aveva fama di saper stare a quel posto; i suoi amici personali gli erano ammiratori: i suoi parenti ne erano lieti. Dotato di intelligenza, con la sua cultura, era anche un consigliere in materia di diritto penale ed Amministrativo. Non era avaro di consigli; generoso con gli operai che lavoravano sotto di lui, ne parlavano di bene. Di carattere serio, piuttosto chiuso, chi lo avvicinava, riportava l’impressione che un favore, se lo poteva fare lo faceva, ma se non lo poteva fare era irremovibile.
Nell’Amministrazione Comunale era anche così. Se aveva degli amici, si era creato anche nemici. Succede sempre così nella vita pubblica di un uomo: c’è chi lo porta ai cieli e c’è chi lo sotterra.
Noi che vediamo il lato buono delle cose, non sappiamo spiegarci il fatto che col poeta:
Ciascun non piace saper da chi sia amato.
Quando felice in su la ruota siede.
Credeva il Comm. D’Antona di restare al suo posto di Sindaco come suo padre, ma... non fu così! Un caso speciale diede la scalata al suo partito, e fu proprio il partito liberale.
** Torna su**
Cap. XXXVIII
il suffraggio universale – caduta del potere d’antona – vittoria strepitosa degli operai con a capo pasqualino
Si discuteva alla Camera italiana la legge sul suffraggio universale; i Deputati di Estrema sinistra facevano il diavolo a quattro per ottenerla; ma il Governo dell’On Calandra concesse, o meglio fece approvare il voto allargato a tutti i cittadini italiani che ne avevano il diritto.
Secondo ed in virtù di questa legge erano ammessi a votare anche gli analfabeti che compiuti 21 anni non erano macchiati dalla Giustizia. Così per dirla con una frase tipica dell’Ing. G. Accardi anche li carduraraerano elettori.
Il Pasqualino Gaetano allora riapparve sulla scena politica dicendo: “Ci rivedremo alle urne sul suffraggio universale!” E in questa maniera incitava tutti a farsi iscrivere. Un movimento insolito si notava a misura che si avvicinavano le Elezioni Amministrative del 1914. Le Liste ammontavano a circa 4.000 elettori. I signori cercavano di far argine a questa marea popolare, ma non poterono. Gli elettori imbevuti di sufiraggio universale fanatici del loro, voto, aspettavano il momento per andare alle Urne e votare; stavolta non si poteva parlare di corruzione ,elettorale, perché il numero era stragrande e poi le follie rosse avevano invaso le menti di tutti gli operai.
Dato il momento, il Sig. Pasqualino formò una Lista di Consiglieri popolari tra cittadini, zulfatai ed operai; i soli che vi entrarono a far parte furono l’Ing. Giuseppe Accardi e l’Avv. Gaetano Debilio, liberali: il Pasqualino Vassallo da On. Deputato al Parlamento Nazionale se ne stava a Roma disinteressandosi dei fatti nostri o meglio da lontano faceva l’occhio di triglia.
Concorse a dare maggior furia al Pasqualino il nuovo partito popolare, bolscevico del propagandista Giuseppe Butera, il quale predicando contro tutto e tutti voleva la divisione delle terre.
Costui era un giovane contadino che essendo stato a Roma come bidello d’una Sezione Socialista, intelligente com’era, apprese le solite frasi del Repertorio del tempo che fu. Venuto a Riesi formò il suo partito, conquistando la massa dei contadini, nonché una buona fazione del popolo. Dapprima era molto spinto, intransigente anche contro il Pasqualino chiamandolo “falso, traditore del popolo ecc…”; nelle vie, sotto la case, fra le famiglie, ovunque la sua parola era bene accetta; ma poi finì con l’unirsi con lui, sicché il partito popolare era forte ed esasperato.
C’era al potere centrale l’On. Giolitti, il quale non potendo frenare i partiti estremi, lasciava correre tutto alla deriva. La P. S. era impotente in questo caso a reagire: nessun appoggio poteva dare quindi ai signori Cappeddaper misura di prudenza.
Il Butera continuava ad inveire maledettamente contro la proprietà ed i proprietari: la ciurma del popolo lo seguiva schiamazzando per le vie: egli era diventato un idolo, la sua parola tagliente incuteva spavento.
Gli animi erano preparati alla rivolta. Nelle Elezioni del 4 Agosto i signori si videro perduti. Non solo ebbero il Voto contrario, ma fischi, insulti, e tirandogli delle pietre li accompagnarono a casa, specialmente il Sindaco che dovette ripararsi in una casa onde schermirsi le pietrate. Quelle Elezioni, se da una parte diedero la strepitosa vittoria agli operai, d’altra parte fu una vergogna che la cronaca del nostro paese registra.
Insediatisi al potere i popolari, si formò una baraonda. Non usi alla vita pubblica, amministrativa, dei Consiglieri comunali, non andavano più a lavorare. Se bisogna essere giusti, niente per il paese facevano; essi si cullavano nella politica ed alcuni vi trovarono al Municipio la greppia. Il Pasqualino che aveva conquistato il popolo, alla sua volta fu conquistato da esso, cioè dai Consiglieri e non sapeva cosa fare.
La Barca Municipale del popolari navigava senza remi. Visto ciò, il Butera si distaccò dal Pasqualino e seguitò la sua via, trascinandosi di nuovo il popolo.
In questo caso i signori ritirandosi a vita privata, lasciarono lottare il popolo diviso in due. Le cose andavano così di male in peggio.