martedì 11 aprile 2017

Tra le varie armi che spararono a Portella vi furono i mitra Beretta, cal. 9. Armi rivelatrici perchè, a differenza di molti componenti della banda terroristica... di Giuliano, al quale oggi qualcuno irresponsabilmente dedica musical e teatrini vari, queste sono armi i cui proiettili sono stati riscontati nei corpi dei feriti. Alcuni di loro sono stati esaminati, in tempi a noi vicini, dal dottor Livio Milone su richiesta dell’Associazione ‘Non solo Portella onlus’, rappresentata da chi scrive. Si tratta di feriti che, per quanto colpiti dai mitra, rimasero miracolosamente vivi, riuscendo a convivere con i proiettili, o con le schegge di granata, anche per diversi decenni.
Esaminandoli radiograficamente, il dottor Milone ha riscontrato che tra i vari colpi esplosi certamente vi furono anche quelli di quest’arma (cal. 9 parabellum) in possesso di Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo. Il confidente dell’ispettore Ettore Messana. Un testimone scomodissimo che fu liquidato il 26 giugno 1947 dai Carabinieri in un conflitto i cui contorni sono stati chiariti durante il processo Giallombardo-Casarrubea riportato in questo stesso blog.
I giudici di Viterbo ci dicono, inoltre, sia pure in un breve accenno, che quella mattina a Portella furono esplose delle granate. I contadini le scambiarono per ”mortaretti”, ma quegli spari, invece, che essi chiamavano “carrittigghi”, avevano lo scopo di disperdere la folla per consentire che i terroristi-banditi mettessero in atto i loro piani: sequestrare e uccidere, davanti a tutti, i capi del movimento contadino presenti sul luogo. Maria Caldarera, un’operaia agricola ferita quel giorno, sentita dai giudici istruttori qualche ora dopo la strage, ci ha raccontato che subito dopo gli spari vide “la terra aprirsi e sollevarsi davanti ai suoi occhi” e che gli effetti prodotti da quelle esplosioni erano tali che i frammenti metallici degli ordigni raggiungevano gli arti inferiori provocando ferite penetranti.
Una prima ispezione fra i roccioni fu operata dal capitano dell’esercito Ragusa, lo stesso pomeriggio del 1 maggio. La prima domanda era d’obbligo: che armi si erano usate? La verifica fu fatta da graduati dell’artiglieria di Palermo, che per l’occasione spararono, dal punto in cui si erano trovate le tracce delle postazioni di armi automatiche, in direzione del podio (480 metri), usando 1 fucile mitragliatore Breda mod. 30, 4 moschetti mod. 91, 1 mitra americano, 1 mitra Beretta mod. 1938/A a canna lunga. Ma ci si sarebbe dovuti chiedere, però, e non risulta dagli atti processuali che qualcuno se lo sia chiesto, come mai si era potuta registrare una grande varietà di armi, quando i quattro cacciatori presi in ostaggio, ebbero a dichiarare, al contrario, che, per tutte le ore in cui restarono sequestrati, essi avevano visto “dodici individui armati di moschetto militare e di un fucile mitragliatore, avvolto in una coperta e portato a spalla”. Evidentemente non c’erano state solo le undici postazioni di tiro individuate.
Il militare poté raccogliere ben oltre 800 bossoli e desumere, dai punti in cui erano stati in gran parte trovati, che le persone che avevano sparato erano otto. Era stato preceduto, quel pomeriggio, da Giovanni Parrino (immediatamente avvisato dal Caiola in mattinata), dal maggiore Angrisani, e dai commissari Guarino e Frascolla. Il più tempestivo era stato il maresciallo Calabrò della stazione dei carabinieri di San Cipirello, solerte quanto qualche altro graduato della vicina stazione di San Giuseppe: si erano messi a raccogliere bossoli, senza nessun coordinamento, e senza che nessuno abbia mai saputo a quali armi si riferivano e dove e quando fossero stati repertati e conservati. E soprattutto da quali posti fossero stati prelevati. Fatto che non esimeva, però, il Parrino dal dichiarare, davanti al giudice, che “i bossoli rinvenuti dal Ragusa [erano] diversi da quelli rinvenuti dai carabinieri del nucleo e della stazione di S. Giuseppe Jato e di S. Cipirello”.
Sul luogo, dopo le prime ricognizioni, furono trovati complessivamente oltre mille bossoli, non tutti repertati, e non contando quelli che erano andati a finire nei crepacci della montagna, o che non furono mai trovati per altre ragioni. Dirà l’Angrisani ai giudici: “Ricordo che furono rinvenuti caricatori di fucile mitragliatore e di armi automatiche italiane, senza trovare i relativi bossoli. La qual cosa mi fece supporre che quelli che spararono raccolsero poi i bossoli”. E’ più ragionevole pensare che siano stati altri a svolgere questo delicato compito. Erano entrati in funzione fucili italiani, tedeschi e americani, armi di grande potere balistico, mitra e mitraglie. Una massa di fuoco imponente. Le stesse forze dell’ordine capirono immediatamente che, oltre alla banda, c’erano stati altri tiratori. Conoscevano bene i personaggi, e sapevano che non avevano potuto agire da soli. Lo stesso Paolantonio dirà: “Ordinariamente, Giuliano, quando doveva compiere un’azione in grande stile, cercava di neutralizzare le caserme dei carabinieri, e perciò non è da escludersi che oltre coloro che spararono a Portella vi siano state delle pattuglie di protezione in vari posti”. Ma non tutto quel potenziale di morte fu scaricato sulla folla. I primi colpi, come asserivano diversi testimoni, ad esempio Leonardo Di Maggio, furono sparati in aria, servirono a fare disperdere la folla. Dirà Giovanni Parrino, che da carabiniere dovette assistere impotente alla tragedia:
“D.R.: La sparatoria durò circa venti minuti.
D.R.: Ebbi la sensazione che delle pallottole mi lambissero quasi le spalle; data la posizione in cui mi trovavo e dati i luoghi non potevano che provenire dalla Pizzuta.
D.R.: Se i primi colpi sparati avessero avuto la direzione e la prensione che ebbero gli ultimi, lì a Portella si sarebbe avuto un secondo cimitero di Piana.
D.R.: I primi colpi non furono neppure da me avvertiti o almeno non li intesi passare sulla testa e quindi penso che avessero avuto una direzione verso l’alto.
D.R.: Non posso dare spiegazione come mai i primi colpi non avessero raggiunto il podio, perché era naturale che si volessero colpire quelli che erano attorno al podio che dovevano essere le autorità”.
Giuliano si era distinto per avere adoperato il mitragliatore Breda 30 cal. 6,5; la maggioranza della banda aveva usato, poi, il moschetto militare mod. 91 cal. 6,5, qualcuno la carabina americana cal. 7,6, o il mitra corto Thompson. Ma si era fatto ricorso anche ad armi che non erano solitamente in dotazione alla banda, quali il fucile a ripetizione Enfield, il fucile mitragliatore Bren, il moschetto automatico mitra Beretta cal. 9. Sette tipi di armi diverse, in tutto. Ad esse dovevano essere aggiunte quelle usate dal versante del Kumeta, e le altre che avevano sparato dalle postazioni disseminate, che nessuno identificò mai per il semplice fatto che nessuno si prese la briga di effettuare un’analisi dettagliata su tutto il terreno di Portella, nel raggio di almeno 500 metri attorno al podio. In ogni caso, la superficialità nell’espletamento delle ricognizioni è dimostrata dalle contraddittorie relazioni degli ufficiali che se ne occuparono. Bastino, per tutte, quelle del Ragusa, ribadite l’indomani (8 maggio) dal Frascolla, e dell’Angrisani che redasse la sua relazione qualche giorno dopo:
I giudici romani fecero notare: 1) che nella prima relazione mancava ogni riferimento ai reperti dei mitra Beretta; 2) la notevole difformità sui caricatori e sui bossoli. Questa contraddizione non poteva spiegarsi, soprattutto se si poneva mente al fatto che le indagini sul terreno furono avviate dal Ragusa lo stesso primo maggio e che questi nella sua relazione aveva “omesso di menzionare altre sei postazioni rinvenute più in basso”.
“Mancò -scrivevano- un coordinato piano di azione per la conservazione delle tracce del reato, o quanto meno per l’esatto accertamento di esse, ai fini dell’identificazione topografica di tutte le postazioni da cui i malfattori avevano sparato; taluni degli investigatori, non ritenendolo compito proprio, non riferirono nulla all’Autorità giudiziaria, altri, distratti forse da più pressanti incombenze, omisero di esporre in modo completo i risultati delle loro osservazioni.
[ ... ] E’ manifesto -concludevano- che, purtroppo, da parte di coloro cui incombeva l’onere della conservazione di tali reperti non si ebbe la percezione della importanza di essi, e non si pose la dovuta cautela nella loro custodia”.

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Lillo Taverna Quel che riporto sopra è per l'obiettività storica che cerco di inseguire. Resta però assodato che il seguente passo scritto non so da chi grida vendetta al cospetto di dio per la sua falsità e menzognera calunnia. Casarrubea si affannò per coinvolgere il Messana nell'ordito della sua vendetta personale. Non vi riuscì. Perché la verità stava altrove. Ferreri più che confidente (imposto dagli americani o peggio dalla dalla OSS) di Messana era confidente dei carabinieri. Poi vi fu l'attrito tra un generale e un capitano (non so che grado avesse il Gianlombardo). Al Messana poco importava di quella rissa nella BEMERITA famiglia. Se la vedessero fra loro. Il Ferreri in fin dei conti fu un povero cristo finito morto ammazzato in una caserma dei carabinieri. E non certo per non mettere in imbarazzo l'estraneo Capo CIVILE della Polizia Ettore Giuseppe Tancredi Messana, racalmutese sommo. E nel provesso di Viterbo le fandonie di Pisciotta sui mita di Ferreri furono altezzosamente smentite da Messana. E i giudici, non certo teneri, chiusero l'eversivo caso del manovrato Pisciotta perentoriamente. Casarrubea si diede da fare per rifare dopo mezzo secolo un processo all'innocente Messana. E se non ebbe una solenne condadnna è stato per benevolenza dei giudici di Palermo che prima derubricarono l'incriminazione e poi ricorsero al noto stratagemma della 'prescrizione'. Ma moralmente Casarrubea al riguardo subì una giusta condanna. CALOGERO Taverna
Lillo Taverna Esaminandoli radiograficamente, il dottor Milone ha riscontrato che tra i vari colpi esplosi certamente vi furono anche quelli di quest’arma (cal. 9 parabellum) in possesso di Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo. Il confidente dell’ispettore Ettore Messana. Un testimone scomodissimo che fu liquidato il 26 giugno 1947 dai Carabinieri in un conflitto i cui contorni sono stati chiariti durante il processo Giallombardo-Casarrubea riportato in questo stesso blog.
 
Il professor Coco fa ricerche sulla pravità fascista di Ettore Messana
 
Io, COCO, Gigi Restivo. Malgrado Tutto sul fascismo di Ettore Messana di Racalmuto classe 1884
 
Il pressapochismo storico di Malgrado Tutto e del prof. Coco.
 
 
Vien proprio da sorridere:  or un annetto fa abbondantino MALGRADO TUTTO, nell'intento di avvalorare vieppiù la sua campagna avverso il grande compaesano Messana , pubblica uno sbarellato studio del prof. Coco.

Il professor Coco fa ricerche sulla pravità fascista di Ettore Messana e si trova ad affastellare fatti elementi documenti e circostanze che portano sulla riva opposta: insomma Ettore Messana è tutt'altro che il fascista della prima ora in quel di Riesi del 1919 come sarebbe piaciuto all'ANPI di Palermo, Ettore Messana gira e rigira si trova defenestrato  da questore di Lubiana  perché poco sensibile alla disciplina fascista dato che   «anziché affiancare la propria opera a quella dell’autorità militare ha assunto sempre più un atteggiamento nettamente in contrasto con qualsiasi forma di collaborazione». (3),

Ettore Messana non aderisce alla Repubblica Sociale Italiana  e se ne scappa a Roma senza stipendio  e senza lavoro. E questa è notizia che tanto contrasta con l'assunto aprioristico del Coco sul fascismo del Messana,

Scivola il Coco nelle memorie del Senise, che seppure con tante deformazioni che almeno in questo il Riccardelli rettifica a leggere gli apporti storici della Cernigoi, e così veniamo a sapere che:
"l’allora capo della Polizia, infatti, in una situazione che stava ormai precipitando, aveva inviato a tutti i questori una circolare nella quale li invitava a compilare degli elenchi dei gerarchi delle varie province, in cui dietro all’espressione «per poterli tutelare in caso di disordini» si sarebbe dovuto intendere «arrestare». Messana, avendo inteso l’interpretazione autentica del telegramma, aveva allora compilato una lista completa di tutti i fascisti triestini (Tamburini compreso), rimettendoci poi il posto a causa di una delazione anonima."

E da cosa nasce cosa, alla fine dobbiamo concordare con il Senise: il Messana era " un funzionario «che proprio non aveva l’animo del fascista». (7)"

Al Coco testimonianze così autorevoli  non garbano e vedendo svanire la tua tesi lungo la strada della ricerca storica  ci vien a raccontare che però nel 1930 a Bolzano il Messana ebbe un attestato che insomma era lì ben gradito ai figli della lupa o ai balilla o agli  avanguardisti.



"Ad esempio, il prefetto di Bolzano Marziali scriveva al ministero dell’Interno: «Attaccato al Regime ed alle organizzazioni da esso create, gode la più alta simpatia del locale Fascio, mentre numerosi sono gli attestati ed i ringraziamenti che gli pervengono da Gerarchi di organizzazioni giovanili […]»: il prefetto al ministero dell’Interno, Bolzano, 7 agosto 1930, in ACS, MI, DGPS, Divisione del personale, Personale fuori servizio, versamento 1973, b. 126 bis."

Ma non mi faccia ridere. signor storico!

 E se Coco è ambiguo intorno ad un fascicolo personale da lui consultato, Malgrado tutto la spara poi proprio grossa  dichiarando un documento manipolato, con cancellature, come giacente nel "fascicolo su Ettore Messana conservato all’Archivio di Stato".
    


Il fascicolo su Ettore Messana conservato all'Archivio di Stato
Il fascicolo su Ettore Messana conservato all’Archivio di Stato


 

Puttanata colossale; il Fascicolo Personale di Ettore Messana sta top secret al Ministero degli Interni e non risulta "versato" all'archivio centrale di Stato di Rona come da me reiteratamente  appurato.

E non so per quanto tempo resterà top secret dati gli uzzoli sulla privacy per cui ora devono trascorrere cento anni per essere aperto al pubblico. E anche questo particolare, come la manipolazione della mia foto di Messana con De Gasperi la dice slunga sul pressapochismo storico di MALGRADO TUTTO.

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STORIA. Resta aperto il dibattito sul questore Ettore Messana, protagonista delle stagioni più tormentate dell’Italia e della Sicilia. Un saggio di Vittorio Coco sul numero 56/57 della rivista Storica, sul ruolo dei funzionari di polizia in Sicilia tra regime fascista e Repubblica,  dedica alcune pagine alla figura di questo poliziotto originario di Racalmuto. Su concessione dell’autore e della rivista, pubblichiamo alcuni stralci dello studio

A LUBIANA, DURANTE LA GUERRA

Ettore Messana
Ettore Messana
[…] Un periodo per noi molto interessante è quello successivo all’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale. In quel momento, infatti, esplosero definitivamente alcuni problemi che questi territori avevano posto al fascismo, insieme con le contraddizioni che i tentativi di risolverli avevano comportato. Tutto ciò determinò l’esasperazione di alcuni dei caratteri dell’apparato di repressione del regime, che possiamo ritrovare nelle vicende dei funzionari che abbiamo seguito finora.
Dopo l’attacco vittorioso dell’Asse ai danni della Jugoslavia nell’aprile del 1941, all’Italia furono attribuite la Slovenia meridionale, quasi tutta la costa dalmata, il Montenegro e il Kosovo. In particolare, la creazione della provincia di Lubiana, inglobando nel confine italiano alcuni dei principali centri del movimento di resistenza sloveno, determinava dei contraccolpi notevoli nella Venezia Giulia, esponendola all’azione delle bande partigiane slovene.
Fu per far fronte a questa situazione che il capo della Polizia, Carmine Senise, nell’aprile 1942 mandò in missione nella zona [Giuseppe] Gueli, che ormai era considerato un’autorità nel coordinamento delle forze di polizia nelle periferie.
Ciò che risulta con maggiore evidenza dalla relazione dell’ispettore e dalla sua corrispondenza successiva – poiché a partire da quel momento egli fu posto a capo di un Ispettorato generale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia – era una gestione caotica degli apparati che, in una continua sovrapposizione di competenze, entravano costantemente in conflitto, provocando un’incapacità di reazione a quello che veniva definito «brigantaggio politico».
Era necessaria un’immediata razionalizzazione, perché altrimenti «il prossimo avvenire, se il male non verrà convenientemente fronteggiato, ci riserva sorprese dolorose specialmente per il buon nome e per il prestigio del nostro Paese». (1)
Invece, notava Gueli a più di un anno di distanza dalla costituzione dell’Ispettorato, «una vera gara – determinata in parte da sentimento di gelosia, in parte da spirito di emulazione – si è venuta a stabilire tra i vari Corpi di Polizia e tra questi ed i molti presidi dell’Esercito». (2)
Un primo ordine di problemi era costituito infatti dalla mancanza di accordo tra le autorità civili e militari. […]
Secondo Gueli uno dei casi in cui il dissidio tra autorità civile e militare aveva prodotto i maggiori problemi era quello della provincia di Lubiana, di cui nel 1941 divenne questore Ettore Messana. Nel 1942, il generale del IX Corpo d’armata, Mario Robotti, scriveva che Messana «anziché affiancare la propria opera a quella dell’autorità militare ha assunto sempre più un atteggiamento nettamente in contrasto con qualsiasi forma di collaborazione». (3)


Il fascicolo su Ettore Messana conservato all'Archivio di Stato
Il fascicolo su Ettore Messana conservato all’Archivio di Stato


 
E concludeva: «Ho acquistato ormai la convinzione che si tratta di persona che per il suo speciale apprezzamento della situazione, basato su una non adatta comprensione del movimento attuale in Slovenia, non è adatto ad una carica che si deve svolgere in condizioni particolari di ambiente nel quale debbono essere bandite tutte le forme di personalismo e tutte le ingiustificate gelosie. La sua presenza – fermo restando il mio atteggiamento – incide non solo sull’armonia fra le varie autorità, ma compromette l’esito della lotta intrapresa contro il comunismo e rende il lavoro degli organi competenti difficile e pesante». (4)
Fu probabilmente anche a causa di questa durissima presa di posizione che Messana – contro il quale peraltro si stava conducendo un’inchiesta per maltrattamenti sulla popolazione slava – fu sollevato dal suo incarico a metà del 1942, passando alla questura di Trieste.

NELLA SICILIA DEL DOPOGUERRA

[…] Siamo così giunti all’altro estremo cronologico che possiamo prendere in considerazione nel nostro discorso, quello che dalla caduta del regime arriva ai primi anni della Repubblica.
[…] Nell’ottobre 1945 l’organismo tornò poi ad assumere la stessa denominazione che aveva con Gueli, Ispettorato generale di pubblica sicurezza per la Sicilia, e fu posto alle dipendenze di Ettore Messana. La scelta di un simile funzionario derivava da più motivi: indubbiamente non fu trascurata l’esperienza di inizio carriera in Sicilia, anche se a giocare il ruolo decisivo fu forse l’assimilazione del cosiddetto «brigantaggio politico» slavo, con cui Messana aveva avuto a che fare da questore di Lubiana e Trieste, con la situazione siciliana, in cui la recrudescenza del banditismo si saldava con l’emergenza separatista.
Ettore Messana
Ettore Messana
Del resto anche nell’isola si era iniziato a parlare di un «banditismo politico» – esemplare il caso di Salvatore Giuliano –, in un momento in cui, però, stavano ormai tramontando le fortune separatiste ed esso si configurava piuttosto come strumento nelle mani dei gruppi conservatori per acquistare peso all’interno dei nuovi equilibri di cui era al centro la Democrazia cristiana. Messana arrivava a quest’incarico dopo il recentissimo proscioglimento da parte della commissione di I grado per l’epurazione della pubblica amministrazione dall’accusa di «faziosità fascista». (5)
In particolare deponevano a suo favore i contrasti che, da questore di Trieste, aveva avuto con la Federazione fascista e con il prefetto Tamburini, per cui fu sospeso dal suo incarico dalle autorità della Repubblica di Salò e costretto a darsi poi alla latitanza per alcuni mesi. La vicenda ci viene anche raccontata da Senise nelle sue memorie, con il solito tono assolutorio nei confronti della pubblica sicurezza rispetto al fascismo. (6)
L’allora capo della Polizia, infatti, in una situazione che stava ormai precipitando, aveva inviato a tutti i questori una circolare nella quale li invitava a compilare degli elenchi dei gerarchi delle varie province, in cui dietro all’espressione «per poterli tutelare in caso di disordini» si sarebbe dovuto intendere «arrestare».
Messana, avendo inteso l’interpretazione autentica del telegramma, aveva allora compilato una lista completa di tutti i fascisti triestini (Tamburini compreso), rimettendoci poi il posto a causa di una delazione anonima. Più che a un contesto di antifascismo, però, a me sembra che il caso del questore rimandi a quella situazione di caos e conflitto tra diversi poteri che, in una situazione ormai di collasso del regime, si era fatta evidentissima. Tanto più che, nel suo fascicolo personale, si possono leggere numerosi giudizi nei quali Messana è ben lontano dall’essere dipinto, come vorrebbe invece Senise, come un funzionario «che proprio non aveva l’animo del fascista». (7)
Ettore Messana (in primo piano) con Alcide De Gasperi
Ettore Messana (in primo piano) con Alcide De Gasperi
Messana, così come i suoi successori alla guida dell’Ispettorato (tra i quali Ciro Verdiani), continuò a usare i metodi che avevano caratterizzato la polizia nel regime fascista, come la durissima repressione militare e il tentativo di sfaldare i gruppi criminali dall’interno attraverso la ricerca di informatori, tra cui il famigerato Salvatore Ferreri, noto pure con il nome di Frà Diavolo.
Come negli anni Trenta da parte dell’Ispettorato di Gueli, tale ricerca appare sistematica e non un mezzo occasionale. Dunque, le parole di Aristide Spanò, figlio di un altro funzionario che diresse l’organismo, secondo cui in fondo «tutte le polizie del mondo si servono di confidenti», sembrano posizionarsi su una linea giustificazionistica dell’azione della Pubblica Sicurezza in Sicilia. Tale prassi, del resto, non poteva che attirare le critiche del dirigente comunista Girolamo Li Causi il quale, dopo gli attacchi in provincia di Palermo ad alcune sezioni comuniste e socialiste e ad alcune sedi della Camera del Lavoro del giugno 1947, accusò l’ispettore Messana di essere «il dirigente del banditismo politico». […]

NOTE AL TESTO

(1) L’ispettore generale di P.S. al Capo della Polizia, Roma, 23 aprile 1942, p. 7, in ACS, MI, DGPS, cat. A5G (seconda guerra mondiale), p 2.
(2) Ivi, l’ispettore generale di P.S. al Capo della Polizia, Trieste, 10 luglio 1943, p. 1.
(3) Ivi, l’ispettore generale di P.S. al Capo della Polizia, Trieste, 22 agosto 1942, p. 1
(4) Ivi, il Generale Comandante il IX Corpo d’Armata al Comando della II armata, 28 febbraio 1942, p. 1 e p. 5.
(5) Delibera della Commissione di I grado per l’epurazione del personale di pubblica sicurezza, Roma, 3 maggio 1945, in ACS, MI, DGPS, Divisione del personale, Personale fuori servizio, versamento 1973, b. 126 bis.
(6) Senise, Quando ero Capo della Polizia, Ruffolo, Roma, 1946, pp. 146-8 e 180.
(7) Ivi, p. 147. Ad esempio, il prefetto di Bolzano Marziali scriveva al ministero dell’Interno: «Attaccato al Regime ed alle organizzazioni da esso create, gode la più alta simpatia del locale Fascio, mentre numerosi sono gli attestati ed i ringraziamenti che gli pervengono da Gerarchi di organizzazioni giovanili […]»: il prefetto al ministero dell’Interno, Bolzano, 7 agosto 1930, in ACS, MI, DGPS, Divisione del personale, Personale fuori servizio, versamento 1973, b. 126 bis.
Tra le varie armi che spararono a Portella vi furono i mitra Beretta, cal. 9. Armi rivelatrici perchè, a differenza di molti componenti della banda terroristica di Giuliano, al quale oggi qualcuno irresponsabilmente dedica musical e teatrini vari, queste sono armi i cui proiettili sono stati riscontati nei corpi dei feriti. Alcuni di loro sono stati esaminati, in tempi a noi vicini, dal dottor Livio Milone su richiesta dell’Associazione ‘Non solo Portella onlus’, rappresentata da chi scrive. Si tratta di feriti che, per quanto colpiti dai mitra, rimasero miracolosamente vivi, riuscendo a convivere con i proiettili, o con le schegge di granata, anche per diversi decenni.
Esaminandoli radiograficamente, il dottor Milone ha riscontrato che tra i vari colpi esplosi certamente vi furono anche quelli di quest’arma (cal. 9 parabellum) in possesso di Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo. Il confidente dell’ispettore Ettore Messana. Un testimone scomodissimo che fu liquidato il 26 giugno 1947 dai Carabinieri in un conflitto i cui contorni sono stati chiariti durante il processo Giallombardo-Casarrubea riportato in questo stesso blog.
I giudici di Viterbo ci dicono, inoltre, sia pure in un breve accenno, che quella mattina a Portella furono esplose delle granate. I contadini le scambiarono per ”mortaretti”, ma quegli spari, invece, che essi chiamavano “carrittigghi”, avevano lo scopo di disperdere la folla per consentire che i terroristi-banditi mettessero in atto i loro piani: sequestrare e uccidere, davanti a tutti, i capi del movimento contadino presenti sul luogo. Maria Caldarera, un’operaia agricola ferita quel giorno, sentita dai giudici istruttori qualche ora dopo la strage, ci ha raccontato che subito dopo gli spari vide “la terra aprirsi e sollevarsi davanti ai suoi occhi” e che gli effetti prodotti da quelle esplosioni erano tali che i frammenti metallici degli ordigni raggiungevano gli arti inferiori provocando ferite penetranti.
Una prima ispezione fra i roccioni fu operata dal capitano dell’esercito Ragusa, lo stesso pomeriggio del 1 maggio. La prima domanda era d’obbligo: che armi si erano usate? La verifica fu fatta da graduati dell’artiglieria di Palermo, che per l’occasione spararono, dal punto in cui si erano trovate le tracce delle postazioni di armi automatiche, in direzione del podio (480 metri), usando 1 fucile mitragliatore Breda mod. 30, 4 moschetti mod. 91, 1 mitra americano, 1 mitra Beretta mod. 1938/A a canna lunga. Ma ci si sarebbe dovuti chiedere, però, e non risulta dagli atti processuali che qualcuno se lo sia chiesto, come mai si era potuta registrare una grande varietà di armi, quando i quattro cacciatori presi in ostaggio, ebbero a dichiarare, al contrario, che, per tutte le ore in cui restarono sequestrati, essi avevano visto “dodici individui armati di moschetto militare e di un fucile mitragliatore, avvolto in una coperta e portato a spalla”. Evidentemente non c’erano state solo le undici postazioni di tiro individuate.
Il militare poté raccogliere ben oltre 800 bossoli e desumere, dai punti in cui erano stati in gran parte trovati, che le persone che avevano sparato erano otto. Era stato preceduto, quel pomeriggio, da Giovanni Parrino (immediatamente avvisato dal Caiola in mattinata), dal maggiore Angrisani, e dai commissari Guarino e Frascolla. Il più tempestivo era stato il maresciallo Calabrò della stazione dei carabinieri di San Cipirello, solerte quanto qualche altro graduato della vicina stazione di San Giuseppe: si erano messi a raccogliere bossoli, senza nessun coordinamento, e senza che nessuno abbia mai saputo a quali armi si riferivano e dove e quando fossero stati repertati e conservati. E soprattutto da quali posti fossero stati prelevati. Fatto che non esimeva, però, il Parrino dal dichiarare, davanti al giudice, che “i bossoli rinvenuti dal Ragusa [erano] diversi da quelli rinvenuti dai carabinieri del nucleo e della stazione di S. Giuseppe Jato e di S. Cipirello”.
Sul luogo, dopo le prime ricognizioni, furono trovati complessivamente oltre mille bossoli, non tutti repertati, e non contando quelli che erano andati a finire nei crepacci della montagna, o che non furono mai trovati per altre ragioni. Dirà l’Angrisani ai giudici: “Ricordo che furono rinvenuti caricatori di fucile mitragliatore e di armi automatiche italiane, senza trovare i relativi bossoli. La qual cosa mi fece supporre che quelli che spararono raccolsero poi i bossoli”. E’ più ragionevole pensare che siano stati altri a svolgere questo delicato compito. Erano entrati in funzione fucili italiani, tedeschi e americani, armi di grande potere balistico, mitra e mitraglie. Una massa di fuoco imponente. Le stesse forze dell’ordine capirono immediatamente che, oltre alla banda, c’erano stati altri tiratori. Conoscevano bene i personaggi, e sapevano che non avevano potuto agire da soli. Lo stesso Paolantonio dirà: “Ordinariamente, Giuliano, quando doveva compiere un’azione in grande stile, cercava di neutralizzare le caserme dei carabinieri, e perciò non è da escludersi che oltre coloro che spararono a Portella vi siano state delle pattuglie di protezione in vari posti”. Ma non tutto quel potenziale di morte fu scaricato sulla folla. I primi colpi, come asserivano diversi testimoni, ad esempio Leonardo Di Maggio, furono sparati in aria, servirono a fare disperdere la folla. Dirà Giovanni Parrino, che da carabiniere dovette assistere impotente alla tragedia:
“D.R.: La sparatoria durò circa venti minuti.
D.R.: Ebbi la sensazione che delle pallottole mi lambissero quasi le spalle; data la posizione in cui mi trovavo e dati i luoghi non potevano che provenire dalla Pizzuta.
D.R.: Se i primi colpi sparati avessero avuto la direzione e la prensione che ebbero gli ultimi, lì a Portella si sarebbe avuto un secondo cimitero di Piana.
D.R.: I primi colpi non furono neppure da me avvertiti o almeno non li intesi passare sulla testa e quindi penso che avessero avuto una direzione verso l’alto.
D.R.: Non posso dare spiegazione come mai i primi colpi non avessero raggiunto il podio, perché era naturale che si volessero colpire quelli che erano attorno al podio che dovevano essere le autorità”.
Giuliano si era distinto per avere adoperato il mitragliatore Breda 30 cal. 6,5; la maggioranza della banda aveva usato, poi, il moschetto militare mod. 91 cal. 6,5, qualcuno la carabina americana cal. 7,6, o il mitra corto Thompson. Ma si era fatto ricorso anche ad armi che non erano solitamente in dotazione alla banda, quali il fucile a ripetizione Enfield, il fucile mitragliatore Bren, il moschetto automatico mitra Beretta cal. 9. Sette tipi di armi diverse, in tutto. Ad esse dovevano essere aggiunte quelle usate dal versante del Kumeta, e le altre che avevano sparato dalle postazioni disseminate, che nessuno identificò mai per il semplice fatto che nessuno si prese la briga di effettuare un’analisi dettagliata su tutto il terreno di Portella, nel raggio di almeno 500 metri attorno al podio. In ogni caso, la superficialità nell’espletamento delle ricognizioni è dimostrata dalle contraddittorie relazioni degli ufficiali che se ne occuparono. Bastino, per tutte, quelle del Ragusa, ribadite l’indomani (8 maggio) dal Frascolla, e dell’Angrisani che redasse la sua relazione qualche giorno dopo:
I giudici romani fecero notare: 1) che nella prima relazione mancava ogni riferimento ai reperti dei mitra Beretta; 2) la notevole difformità sui caricatori e sui bossoli. Questa contraddizione non poteva spiegarsi, soprattutto se si poneva mente al fatto che le indagini sul terreno furono avviate dal Ragusa lo stesso primo maggio e che questi nella sua relazione aveva “omesso di menzionare altre sei postazioni rinvenute più in basso”.
“Mancò -scrivevano- un coordinato piano di azione per la conservazione delle tracce del reato, o quanto meno per l’esatto accertamento di esse, ai fini dell’identificazione topografica di tutte le postazioni da cui i malfattori avevano sparato; taluni degli investigatori, non ritenendolo compito proprio, non riferirono nulla all’Autorità giudiziaria, altri, distratti forse da più pressanti incombenze, omisero di esporre in modo completo i risultati delle loro osservazioni.
[ ... ] E’ manifesto -concludevano- che, purtroppo, da parte di coloro cui incombeva l’onere della conservazione di tali reperti non si ebbe la percezione della importanza di essi, e non si pose la dovuta cautela nella loro custodia”.

giovedì 23 marzo 2017

Novità sul fronte casetta
dal momento che il sig. Domenici Egidio ha intenzione di chiedere l'usucapione, mi sono rivolto ad un legale dal quale ho ricevuto consigli che con lettera prot. 19/2016 ho inviato al Comune di Pescorocchiano. Il Comune ci ha risposto dicendo in sintesi che il Comitato deve dimostrare al Comune che il Domenici non ha i requisiti per richiedere l'usucapione.
Non che questo rappresenti un problema ma purtroppo il consiglio non ci costa nulla il cartaceo si. Insomma ricorderete già una volta il Comune ha preteso dal Comitato, dimostrare che il Domenici non èra proprietario, ora ci chiede che dobbiamo dimostrare che non ha i requisiti per chiedere l'usucapione. Ma come funziona non dovrebbe il Comune chiedere a Domenici queste cose ?
Faremo anche questo, poi bisognerà attenderci chissà quali altre cose tireranno fuori dal cilindro. 
Intanto le voci si fanno sempre più numerose e certe, sembrerebbe che il nostro assessore Silvi tenga in scacco l'ing. Marina costretta ad intralciare il Comitato. Sembrerebbe che L'ass. Silvi sarà candidato a sindaco, alle prossime elezioni.

Per fortuna anche la Procura di Rieti si è fatta sentire e ha ancora l'esposto del sig. Egidio con gli atti del Comune che aveva chiesto al Comitato la demolizione della casetta. A questo proposito attraverso il nostro legale abbiamo inviato memorie difensive e chiesto di essere sentito dal magistrato. Ciò avverrà nel prossimo mese di gennaio e a questo punto penso che presenteremo tutte le letterine senza senso che abbiamo ricevute dall'ufficio tecnico e magari chiederemo anche risarcimento dei danni subiti e chi sbaglia paghi.
Intanto sul fronte amministrativo il Genio Civile di Rieti ha chiesto integrazione documenti che sono stati già inviati dal tecnico geom Michetti. (Presumiamo che anche lui si presti alle volontà politiche, ma non ne siamo sicuri).

Tanto vi si deve e attendiamo suggerimenti e consigli.
Benedetto Di Matteo

P.S. Nella lettera prot. 25 troverete varie inesattezze: L'acqua mancava da 3 mesi mezzo paese era transitato nell'ufficio tecnico, ma l'ing. marina non ne sapeva nulla. Tutti sanno chi ha cagionato la rottura del tubo ma lei non sa e probabilmente non vorrà sapere.
"Articolo 1- Movimento Democratico e Progressista Rieti"
Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista Rieti
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Lillo Taverna allora si apre questa sezione a Pescorocchiano e si presenta questa lista con il presente simbolo? Calogero Taverna

martedì 14 marzo 2017

sì, 'COMPAGNI' della FALBI ... sono MALEINTENZIONATO!!!!!
VORRò SAPERE COSA SONO queste 'spese di amministrazione' della CSR passate da euro 6.292.148 del 2012 a 7.773.367 nel 2013 a 7.645.808 nel 2.014 a 10.046.012 nel 2015 a ? ? ? ... nel 2016.
Sono socio dal primo febbraio 1960 e quindi ho pieno diritto di sapere.
Da supetecnico so pur bene che trattandosi di appena il 5% dei mezzi amministrati saremmo nella risibiità; ma dato che tutto si accolla la BI siamo in sospetta esosità.
E CI STIAMO INFILATI PURE NOI
Oggi un simpatico molto garbato collega della FALBI mi ha telefonato per sollecitare il mio voto alla loro lista nel prossimo raduno della CSR (Cassa Sovvenzione e Risparmio fra il Personale della Banca d'Italia).
Avrei potuto rispondere al soliìto modo: no, grazie!. Dovrebbe essere chiaro che giammai voterò per una lista gialla di un sindacatino giallo.
Ma se è per questo non voterò neppure per la contrapposta lista rossa del mio sindacato rosso (si fa per dire) della CGIL.
Lo dico qui, in tempo ancora non sospetto. Aspetto che mi inviino la proposta di bilancio per ricamarci sopra le mie valutazioni ispettive.
E dopo? Dopo si vedrà- Ma credo che si intuisca.
Allora? Facciano una lista unica di gente capace pensosa e professionalmente idonea.
Nomi? penso a Michele Giardino a La Manna a Ninìì De Robbo, a Ninì Ferarri, (non faccio il mio nome per ipocrita modestia cattolica, ma in cuor mio mi reputo il presidente ideale).
C'è da rifondare la CSR o meglio farla ritornare al suo inelidibile ruolo di banca popolare sia pare nel alveo materno della BI facendola uscire dalla secche di una inammissibile 'finanziaria' come adesso.
Se no? Qualcuno finisce in galera.
Non si creda che zittendo Fatto Quotidiano e il dottor Fior (cosa peraltro inconcepibile) si esorcizzino le presenti calamità, specie in tempi come questi gravati dalle varie Etrurie e dai vari MPS.
La legge bancaria sia pure comunitariamente deformata vale per tutti.
Dr. Calogero Taverna