venerdì 16 settembre 2016

Caro Calogero, ho cercato in libreria il tuo volume sulla esecuzione del sindaco di Favara in quel lontano 1947, mi pare. In Google si trova soltanto la prefazione di Lupo che a ben federe prefazione non è essendo uno sproloquio insulso astuto vigliacchetto. Uno storico che non ama la verità anche quella politicamente sgradevole peggio non conveniente mi fa senso.
Lupo in fondo non condivide i risultati della tua ricerca ma perché non utili alla sua carriera.
Ma tralascio l...a querelle per arrivare al sodo.
Il sindaco socialista di Favara viene ucciso mi pare in piena campagna elettorale. Su quella uccisione sono sicuro ebbe ad espletare le sue indagini giudiziarie il questore (rectius Ispettore Generale di PS) Ettore Messana. Cosa scrisse di tanto sgradevole da attirarsi le ire di Montalbano e di Li Causi? Hai trovato qualcosa?
Penso che da qui partì l'ira funesta di codesti due grossi gerarchi rossi contro Messana. E prima del 18 aprile 1948 i due gerarchi rossi si scatenarono ma risibilmente. Comunque da qui la concione senza contegno del Li Causi del 15 luglio del 1947, dopo la strage di Portella delle Ginestre. E da lì la genesi della triplice calunnia licausiana avverso l'innocente Messana.
Se hai da contraddirmi ne sarei felice. In effetti sembra che Messana si sia del tutto disinteressato del delitto del sindaco socialista di Favara. Non trovo nulla (ancora), ma stento a credere che il capo della polizia siciliana Ettore Messana, nato a Racalmuto nel 884 in via ora Messana 4 si potesse esimere dal condurre indagini che - è inutile negarlo - portavano agli adepti comunisti, la mafia rossa insomma protetta da Montalbano e Li Causi. Racalmto e Favara sin dal secolo XVI sono una csa sola, 'intende in materia di delinquenza organizzata che sogliono chiamare Mafia.
Calogero Taverna
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Lillo Taverna Anche se l'omocidio Guarino avvenne nel maggio del 1946 gli strascichi ella velenosa campagna elettorale del marzo 1946 c'eran tutti e roventi. Tracrivo qui un passo della biografia di quel infelice sino che trovo in Google e che si basa anche sul tuo pregevolissimo studio.
Il 10 marzo del 1946 si svolsero le elezioni comunali a Favara e Guarino, sostenuto oltre che dai socialisti anche dal Partito Comunista Italiano e dal Partito d'Azione, vinse le consultazioni con il 59% dei voti e fu eletto sindaco; ma la Mafia delle terre non gli perdonò le sue scelte popolari e dopo appena 65 giorni di sindacatura fu ucciso con un colpo di lupara alla nuca.

Non mancarono ipotesi alternative (e spesso fantasiose) sul suo omicidio ma esse furono promosse da politici e dirigenti corrotti dalla Mafia o collusi con essa: anche L'Avanti!, che sulle prime aveva accusato dell'assassinio i neofascisti, dovette fare marcia indietro. I responsabili del suo omicidio, seppur facilmente intuibili, non furono mai arrestati (né quelli materiali, né i mandanti): per protesta la vedova di Guarino ed il figlio andarono a vivere a Parigi, rifiutandosi sempre di tornare a Favara.

Ipotesi alternative[modifica | modifica wikitesto]

La storia ufficiale sostiene che l'omicidio di Guarino maturò all'interno degli ambienti mafiosi del paese. Una ipotesi che circola da sempre nelle case dei Favaresi, sostiene invece che l'omicidio Guarino avrebbe avuto ben altre implicazioni. Alcuni sostengono che i mandanti fossero interni all'allora Partito Comunista Italiano. Nell'immediato dopo guerra i Comunisti avrebbero instaurato un vero e proprio mercato nero degli aiuti provenienti dagli Americani. Si dice, che Guarino avesse intenzione, supportato da diverse prove, di denunciare l'accaduto pubblicamente. Tuttavia l'ipotesi appare poco credibile perché nelle elezioni comunali del 10 marzo del 1946 Guarino fu sostenuto, oltre che dai socialisti, anche dal Partito Comunista Italiano e dal Partito d'Azione.
Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]
B. Lentini, G. Limblici: "Favara dalla liberazione al sacrificio di Guarino", 2006
C. Castronovo: "Favara, l'assassinio di Gaetano Guarino", 2005
Lillo Taverna Vedo ipotesi alternative che mi paiono diversivi sopetti. Nel 2006 la verità potrebbe e dovrebbe essere ormai limpida senza i filosofemi di Lupo. Ebbi a suo empo un lungo interessante incontro con l'on. Filippo Lentini. La sapeva lunga. questo è indubbio. Era preciso, lucido vvave colto ma giunto alla mia richiesta d dirmi qualcosa di illumentante sul delitto Guarino aggirrò. dienne siculo, mi disse tanto per non dirmi nulla. Io sono pur sempre un buon ispettore Bankitalia per non capie quando c'è puzo omertoso- Perché mai? Me lo chiedo. Voglio leggere, studiare il tuo libro per mungeri qualche briciolo di verità limpida. Ricordo che ti comnobbi quando facevi - se non erro - la tesi, credo con Llupo. Ti lamentavi che eri costretto a smussare. rendere probabile quello che era certo.
Antonio Salamone A Favara l'omertà ha uno strano cipiglio, tutti sanno tutto ma nessuno sa niente...chi ha ucciso Guarino tutti dicono un solo nome...naturalmente supportato da nessuna prova !...ma il nome credo l'abbia saputo dall'arciprete al maresciallo dei carabinieri!...la nostra è un'omertà risibile...
Lillo Taverna Caro Antonio, sto seguendo questo periodo storico. Ovviamente contra omnia. Il delitto Guarino non è un fatto di cronaca, è una esecuzione manu militari. Parlo dell'OSS. Nesuno mai ne seppe nulla. Meno ovvio Messana. Messana era dalla metà el 1945 che era sceso in Sicilia mandatovi da Bonomi (niente DC dunque) era finito formalmente sotto Aldisio. Ma in Sicilia l'Italia del 25 aprile 1945 non contava un tiubo. Leggere i rapporti Messana al suo Ministero. Casarrubea dovendo dimostrare che il padre gli era stato ucciso dalla mafia guidata da Scelba e Messana ha sfornato una grande mistificazione storica falsamente ammantata di documentarismo. La cinematografia rossa e l'egemone cultura comunista hanno fatto il resto. E così l'ANPI di Palermo scrive quello che scrive a supporto del locupletante monumento di Riesi. A me cosa risulta? Appena giunto in Sicilia il capo plenipotenziario della Polizia Ettore Messana. sottoposto ad Aldisio e non a Scelba, ha un discreto rapporto con i comunisti al cui vertice c'erano l'onorevole Montalbano e l'on. Girolamo Li Causi. L'on. Montalbano poi da irriducibile agit-prop finì tutto a destra in combutta con gli agrari, con Milazzo e dopo andando ancora più alla deriva. Li Causi subita la mazzata del 18 aprile 1948 venne da Togliatti di fatto esautorato.Venne in Sicilia il di vivo Bufalini (come mi ebe e svelare l'on. Martorana; ma succesivamente ritrasse) supportato dal giovane ondivago sindacalista di Caltanissetta Emmanuele Macaluso che anticipò tutti i compromessi storici di Berlinguer prima con Milazzo e nel processo Sindona a San Macuto impedendo una doverosa indagine bancaria sul principe nero golpista Valerio Borghese Junio. Messana dicono tutti feroce anticomunista. Ma si dà il caso che pare disinteressarsi del tutto del delitto Guarino. Non poteva e soprattutto essendo racalmutese conosceva a menadito tutti i segreti mafiosi o tìrienuti tale dei favaresi. Siamo contigui caro Antonio. Quello che ho trovato negli archovi romani del SIM italiano mi fa venire la pelle d'oca. Sinora la sovranità culturale comunista del dopoguerra è riuscita a stendervi sopra un una spessa coltre pietosa. Ma gli archivi adesso aperti del NARA amaricano, ora in parte disponibili presso l'Archivio Casarrubea di Partinico. stanno facendo scoprire quelle sentine mezognere. Io sono e resto comunista e quindi non mi scandalizzo del robusto realismo che il mio partito (ancora egemone, ricordatevelo) ha sempe avuto e deve avere. Succede il delitto Accursio Miraglia. Il Montalbano cerca di coinveolgervi Messana. Scatta una istruttoria. Montalbano deve ritrarsi, smentirsi, smarrirsi. Il processo avrebbe portato ad una sonora condanna del Montalbano. Emerge indubitabile l'assoluta estraneità di Messana. Leggere gli atti. Sono disponibili. Il giudice compiacente arriva a questa salomonica sentenza. Messana ha tutta la ragione di questo mondo, ma Montabano non calunniò secondo il codice penale dell'epoca. Soltanto si macchiò di diffamazione a mezzo stampa. Ma siccome Messana non l'aveva querelato per questo crimine, perseguibile solo a querela di parte, quindi Momtalbano non veniva assolto solo non era più perseguibile. Mirabilia della Giustizia Penale Siciliana di quel tempo- Tutto ciò ho dovuto ricostruire con le sole mie forxe. Il silenzio di stampa, politici e giornalisti d regime soltanto tombale. Ma l'odio del management conunista per Messana si acuì sempre più sino alle difamazioni per la strage di Portella delle Ginestre (di cui Messana era del tutto incolpevle essendo opera dell'OSS e di Valerio Borghese Junio e figurarsi se poteva riguardare Scelba e Messana). Li Causi cui Messana aveva salvato la vita, avendo saputo delle trame del bandito Giuliano ovvio tramite il suo informatore di eccellenza fra' Diavolo esplode il 15 luglio a Roma insinuando sornianamente la triplice calunnia antl Messana su cui un decennio dopo la morte di Messana il triestino e sospetto Danilo Dolci e il suo caudatario Giuseppe Casarrubea tentaono di crarsi una frtuna diffamtoria sfociata invero in film ultra sovvenzionati dallo Stato italiano e in notturne pseudo inchieste televisine. Così vanno le cose in Sicilia e direi così sono andte le cose dell'andazzo cripto comunista democritiano. Calogero Taverna

giovedì 15 settembre 2016


Bolero Patrizia Masi
ho molti pensieri.
avrò quello che saprò darmi. è questo il primo pensiero. è saggio.
procedere, una sedia sopra l'altra, in guazzabuglio di trasloco.
piccole v...erità impagliate. le impilo tutte, torneranno utili - mi dico.
quello che ho avuto è qui, se avrò dubbi, mi ci siederò. è sana strategia. come si tratteggiano i giorni, i silenzi, le amarezze?
non devo avere paura, basta considerare il tratto. è solo un'area di parcheggio. procedere a piccoli passi. slacciare, allentare, con parsimonia. non mi trovo l'indirizzo, a qualcuno l'avrò affidato.
cerco di vivere. a strappi, tra un mozzicone e l'altro. cerco cose. a volte basta niente. piegherò i vestiti delle cose, lo facevo da bambina. prenderò a prestito ogni parola che mi hai dato, la ripeterò in segreto. io non so parlare, lo sai che fingo. non so parlare della fretta, del tempo, non porto l'orologio. che mi porto oltre i carichi pendenti? i colori vivi della poesia, senza misura, l'essenzialità dei gesti puri, l'armonia rotonda che avevano i miei ti amo.
tenera è la notte... "saluta la signora!" mi saluto per gentilezza e intanto imballo e carico gli sfratti.

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Lillo Taverna Mannaggia come sa scrivere bene, costei. Davvero in lei la parola si fa carne e la carne parola. Et verbum caro factum est. Evangelico!
Carissimo mio figlio "selettivo" Alfredo Sole, filosofo murato vivo ad Opera ad opera di leggi assurde.
Finalmente addì 15 settembre prendo visione della tua lettera datata 10/08//2016. Solo ieri sera ho ripreso possesso della mia casa (rectius di mia moglie) qui a Roma dopo un trimestrale divagare tra Santa Lucia di Fiamignano, Baccarecce (Pescopagano), Racalmuto (rectius una breve apparizione per far scintille contra omnia in quello che un volta fu il circolo dei galanuomini ed ora divenuto la catalessi serotina di un pauio di zombi).Ma in effetti me ne sono stato eremita nella mia Villa Merycal a Bovo per non dire Serrone.
Quindi non ti ho potuto leggere. Mesi fa ti ho inviato da Santa Lucia quello sgorbio illeggibile, che mi rinfacci, solo per dirti che non ero ancora morto.
Stavolta mi mandi una lettera tutta alegra ed ottimista e figurati se non me ne rallegro. Ho fatto solo un sorrisetto beffardo alla mirabolante novella che il Tano racalmutese, ignavo per legge di natura, possa venire da te nella tetra Opera a intervistarti per rettificare o aggiornare che dir si voglia l'abominevole tessitura che ha fatto dichiarandoti irriducibile 'ragazo di regalpetra" una quindicina di anni fa e che imperterrito ha ripubblicato correo il garlisi di Racalmuto all'inizio di quest'anno danneggiandoti enormemente. Ma tu ora sei diventato "misericordioso" e viva Papa Ciccciu che con questo giubileo è riuscito a compiere questo insperato miracolo.
Contento tu, scontento io. Pazienza!
Mi permetto da padre "selettivo" di esortarti a battere il ferro finché è calo e visto che pure 'Ngilinu del vicino Sant'Angelo Muxaro ti rivecerà (se non lo cacciano via prima) come meraviglioso divo ciematograco, uomo ormai del Festival Cinematografico di Venezia, quallo del fascista conte Ciano (cosa che non è riuscita sinora neppure al valido nostro concittadino Beppe Cino), allora mandami quel testo sulla tua vita perigliosa che lo faccio pubblicare da una signora titolare di una casa editrice di Catania. E' un favore che non mi dovrevvbbe rifiutare anche perché sarebbe un buon affare anche per lei. Ti potrà e dovrà correggere i refusi dattilografici (chiamo così i miei grossi errori sintatici e ortografici). Ma non si permetterebbe per fini commerciali di stravolgere quello che scrivi. Non vedo difficolà serie a farmi pervenire anziché fogli stampati una bella 'pennetta' o cd su cui poi è possibile lavorarci. Se occorrono soldi per rifondere i tuoi signori SUPERIORI, non avrei difficoltà alcuna ad approntarli di tasca mia. Posso permettermelo. Ti abbraccio, tuo indefettibile LILLO Taverna.
 
CALOGERO RESTIVO POETA TREPIDO
AFFABILE NOVELLATORE
*****
Racalmuto terra aprica a Sud, sterile e stepposa a Nord- Ferace a mezzogiorno sepolta per rapaci miniere a Settentrione-
Vi esplodono intelligenza e onirico vagheggiare ma per i tanti solo accidioso nulla in un abitudinario deambulare nel mediocre vivere.
Sciascia ci fece e per lui restammo orbi di libertà e di giustizia, privi di salute mentale (seconda chiosa del 1967 del suo fortunato Regalpetra).
Nego però che in questo paese bivacchi "povera gente con grande fede nella scrittura"- A molti di noi, a quasi tutti noi "non basta un colpo di penna".
Tanti hanno avuto in questo paese del sale dello zolfo e del caciummo una sapidissima penna.
E da ultimo mi sono incontrato con Calogero Restivo, poeta trepido e novellatore dalle lievi rimembranze locali, di questa Racalmuto appunto.
Iniziai ad incuriosirmi quindi a mirare ed infine ad ammirare quanto ora si può sorbire in una sua triade poetica.
Scorro le poesie dell'Erba Maligna, o quelle che luccicano senza un fil rouge oppure - infine - le ultime che sciabordano "dal mare che non c'è"- Pubblicate nel 2011 o nel 2014 nonché nel 2015, son della lontana prima giovinezza di questo ora composto e riguardoso professore di lettere in pensione.
E' un mondo immaginifico che vi si riverbera: nitido ma occiduo, patetico con scisti di malinconia senza rimpianti. Forse mai gioioso, mai ilare eppure esistenzialisticamente impulsivo, emotivo, intimo, garrulo, affabulante, sapidamente erotico, persino con accenti di sensuale richiamo.
Cespuglio di rose
Vieni a trovarmi di tanto in tanto
discuteremo dei tanti sogni
andati al macero come robivecchi
e del tempo che verrà
guardando le stelle che luccicano sempre
sembrano vicine e sono lontanissime
compagne silenziose di solitudine
Ma in fondo è l'agra terra del Serrone o della Culma che ispirano memorie e sensi agresti e giovanili. Già! perché
sordo a lusinghe il contadino
s'avvia verso i campi
ove l'erba maligna
complici le ultime piogge
cresce ed insidia la vigna.
La normalità si scompone e "la luce del viale langue/ nel buio della notte".
Il poeta ci immerge nella logica dell'illogica:
il presente ha corse e ostacoli
vicoli chiusi
anche se spingi con i pugni i muri
inutilmente per uscire
il futuro
lo deve ancora inventare la notte
La gabbia del sogno, la gabbia della vita, la gabbia dell'amore. Ma dentro i "muri" della morte.
E quest'amore, questo amore del poeta:
immenso
come gli orizzonti
riempiva le notti
e le stagioni.
Alla fine il poeta sta
sotto un cielo
azzurro
e senza velo aggrappato
come naufrago al relitto-
Gli resta da invocare:
"che non mi travolgano/ i silenzi!"
Sì, perché
"Se il silenzio ha una lingua
e una voce
un tutt'uno
con le pareti di questa stanza
che chiude il mondo fuori
vorrei sentire le parole
che le pareti hanno imparato
dai lunghi dialoghi ed attese-"
------------------------
Qualche appunto ora su Calogero Rsstivo narratore. Moderno, essenziale. circospetto eppure sempre illuminante e coinvolgente. Ci riporta in mondi che pure sono i nostri mondi ma ce li fa rivivire avvolti dalla pellicola di una sottilissima ironia, con il debito distacco che uno scrittore deve pur sempre avere. E se non concordiamo con lui, lui lo stesso concorda con noi. Sapido sapiente colto e raffinato ha giuste parole per veri fatti. E spesso sono i fatti del nostro paese, di questo Racalmuto contadino e solfataio. Vigile e se usa la corda pazza, la usa con saggezza. non vituperando. Abbiamo avuto a suo tempo di ammirare un racconto di Calogero Restivo. Si intitola: LA PARTENZA. Queste furono le nostre brevi note a commento.
Ed ecco che possiamo ammirare un racconto di nostro ammirevole compaesano. Restivo, di questo immalinconito signore, aduso ormai al nulla, a quel che non c'è, a quello da fare, a quello da non fare. Nella notte, nel silenzio, nel caldo: in agosto. Prepararsi per un viaggio, con paratattica meticolosità, ormai prono alla estranea società dei consumi anche se non molto opulenta. Lezioni antiche ma rivisitazione tutta nuova , toccante, coinvolgente. Chi quelle notti di solitudine le ha trascorse capisce, si commuove, partecipe. Tutto pronto per partire domani. Ma domani non arriverà mai. Noia, languore, accidia, ormai disincantato esistere impongono un giaciglio, sul letto, per il salutare salvifico ritorno nel nulla.
------------
Chi è Calogero Restivo? Un poeta e un gran poeta possiamo dire subito. Ora però accomuna alla soavità del suo immaginismo poetico di vago sapore ermetico, un sapere raccontare, rievocare, restituire una palpabilità persino realistica al fascino della memoria della sua memoria che è poi il rimembrare la sua infanzia e prima giovinezza in quel di Racalmuto, terra aspra crudele patetica dimessa impietosa.
La Racalmuto contadina dunque, insomma la Racalmuto paradigmatica, senza Sciascia, oltre Sciascia. soggiungiamo noi, a nostro rischio e pericolo.
Ché Racalmuto non è solo Sciascia, anzi c'è di meglio, e per noi il meglio potrebbe avere nome e cognome: Calogero Restivo poeta narratore e scrittore di Racalmuto.
Lo dimostra una sua gogoliana pagina. In una novella capolavoro che si pubblica in questa raccolta: ecco un inno alla semplicità, al paratattico ordire di un racconto lieve toccante - E Dio sa quanto è complessa la semplicità! Una tragedia, tragedia per un piccolo uomo senza la camicia nera in tempi di cupo vestire eternamente in lutto, che inopinatamente perde il lavoro per avere inconsapevolmente disubbidito alla estemporanea bizzarria del Potere di una ben specifica Era. E ciò in un piccolo per noi noto ed amato paese: Racalmuto.
Applaudita la bella grafia del Restivo, ammirato il sommesso musicalissimo tono del racconto, noi pensiamo a quei tempi, a quel nostro paesino digradante tra i calanchi dell'altipiano Sicano, ai gerarchetti tronfi e panciuti che di nostro rammentiamo, al giummo aborrito da Leonardo Sciascia, alla Racalmuto fascistissima sino al midollo, come allora si soleva dire.
E date le nostre manie scorriamo nelle fluenti musicali pagine del Restivo mirabili pagine di storia, di veridica microstoria locale, della nostra Racalmuto insomma, anche qui paradigmatica senza Sciascia, oltre Sciascia.
Ci riferiamo al racconto di Calogero Restivo
"La camicia nera".
Calogero Restivo è un uomo di scuola EMIGRATO a 14 anni sia pure nel nisseno o nel catanese e comunque non inquinato da quella falsa cultura, arrogante. saccente, ripetitiva, insulsa, localistica che oggi tanto ci angustia, ci indispettisce, ci annoia, ci frastorna. Una cultura - quella - epigonale secreta dalla figliolina selvatica del melanconico nichilista albero nocino.
Vi si contrappone questo autentico figlio della trepida civiltà contadina racalmutese che è il professore Calogero Restivo, docente emerito nelle terre del Verga, sicilianissimo dunque, senza germaniche intrusioni pirandelliane o toscanismi rondisti, lasciando da parte gli ipotattici inquinamenti dei locali della terra della ragione che svolazzano nel nulla credendosi persino poeti sommi o narratori d'avanguardia.
Adamantino, virilmente romantico Calogero Restivo ha stile, musicalità, ispirazione, tattilità da sapido narratore, da ammaliante rievocatore di tempi modi uomini miserie e gioie di un piccolo non dimenticato mondo antico. Ci avvince senza violentarci, ci trasporta lieve, melodicamente nei nostri ancestrali meandri della memoria, forse quella preistorica, non ancora inquinata da questo nuovo mondo millenario che rigurgita corrotti valori del millennio scorso rifiutati dall'incipiente novello millennio brancolante nel nulla creativo, sulle macerie del tutto antico, rinnegato.
Calogero Restivo è forse un conservatore, non rinnega quanto del passato donnette cerebrali dichiarano magari retrogrado. Vi è la vivifica malinconia del ricordo che trasla l'antico nel nuovo con continuità che sa di miracolo.
La Racalmuto di oggi, turbolenta, occidua, dall'avvenire isterilito, dall'orizzonte fugato, dalle miniere chiuse, dalle guerre neglette, dalle case collabenti, dalle dicerie frastornanti, dalla letteratura intristita, dal premio a Grassonelli, dalla cinematografia esausta, ha una sua voce narrante solo in questo esule dal nome e cognome priscamente indigeno: Calogero Restivo. Apprezziamolo, riscopriamolo, applaudiamolo, ringraziamolo.
Calogero Taverna
foto di Lillo Taverna.

 
Il cataclisma del 1837 a Racalmuto
Eccoci giunti nell'anno del Signore 1839: un briciolo di arcobaleno spuntava a Racalmuto il temendo
cataclisma che era stata la peste del 1837.
Un fraticello del Convento di S. Francesco ci ha lasciato questa tremenda testimonianza : «Nell’anno 1837: mese di agosto vi fù il colera e in questa di Racalmuto morirono circa mille persone e furono sepolte nella sepoltura di Santo Alberto al Carmine, all’Anima Santa del Caliato, in Santa Maria di Gesù e porzione in San Francesco; Monte San Giuseppe e in altre chiese, cioè persone perticolari; poi nella nostra sepoltura grande vi è sepolto il paroco don Antonino Grillo, che morì a 25 agosto 1827 ed altre persone riguardevoli.»
In quel torno di tempo si era dunque nella solita euforia esistenziale che segue ai grandi sconvolgimenti demografici: voglia di vivere, di procreare, di lavorare, di arricchirsi, di consociarsi, di amare e di divertirsi. Il Casino nasce per conversare, giocare, ma soprattutto per scambiarsi idee, per saggiare il terreno delle opportunità commerciali. Racalmuto era stato invaso dalla febbre dell’oro giallo, dello zolfo che le viscere delle sterili terre del nord contenevano a profusione. Nel quadriennio 1834-1837 erano state attivate a Racalmuto 35 solfare su un totale di 332 in Sicilia: il prodotto medio annuo era stato di 34.696 cantari su una produzione intera della Sicilia calcolata in 1.478.254 cantari. Presso il circolo di conversazione si radunavano quindi i maggiori proprietari di solfare; s’informavano reciprocamente su quelli che erano gli umori del mercato; sulle prospettive, sulla faccenda complicata del monopolio solfifero accordato dai Borboni allaTaix, Aycard e C. (con decreto reale del 5 luglio 1838). La compagnia si obbligava a comprare ogni anno 600 mila cantari di zolfo prodotto in Sicilia "avendo la sperienza comprovata eccedente e di gravi danni produttrice ogni maggior produzione" . La produzione doveva quindi autodisciplinarsi. Non saranno stati grandi ingegni quei nostri proprietari terrieri, trasformatisi all’improvviso in imprenditori minerari, ma il bisogno dovette acuirne l’ingegno; al circolo era possibile, magari sotto forma di feroce dibattito e di reciproche contumelie, avere modo di giungere ad un qualche chiarimento, ad un orientamento delle proprie scelte produttive. Erano i problemi della nuova società borghese ed anche i ‘civili’ racalmutesi ne venivano inghiottiti. Sono aspetti per ora in nessun modo indagati dalla storiografia, ancora anchilosata da ideologismi e prevenzioni intellettualistiche oscuranti la ricerca del vero evolversi sociale di quel tempo.
Il circolo era tutt’altro che il punto d’incontro di neghittosi nobilotti di paese, alle prese con il problema del molto tempo libero da occupare in qualche modo. V’era spirito imprenditoriale: vi accedevano, se non i gabellotti arricchiti, freschi di studi universitari. La stampa cominciava a farvi capolino. Il circolo è dunque più di un’occasione per attizzare una certa vivacità culturale. E la cultura cambia in paese: esso non è più la contea alle prese con i problemi del terraggio e del terraggiolo; anche il nuovo barone Tulumello - un prete suo antenato aveva acquistato per due terzi il feudo di Gibillini il cui titolo doveva essere assegnato a persona da nominare - deve ora accontentarsi solo del vacuo trofeo di un blasone nobiliare che deve condividere con il barone Girolamo Grillo. In quel torno di tempo ben 3 personaggi racalmutesi si arrogavano quell’altisonante fregio. Eccoli secondo le annotazioni di un rivelo coevo:
[segue ... ma chissà quando!]
Calogero Taverna
 
 

mercoledì 14 settembre 2016

 
CALOGERO RESTIVO POETA TREPIDO
AFFABILE NOVELLATORE
*****
Racalmuto terra aprica a Sud, sterile e stepposa a Nord- Ferace a mezzogiorno sepolta per rapaci miniere a Settentrione-
Vi esplodono intelligenza e onirico vagheggiare ma per i tanti solo accidioso nulla in un abitudinario deambulare nel mediocre vivere.
Sciascia ci fece e per lui restammo orbi di libertà e di giustizia, privi di salute mentale (seconda chiosa del 1967 del suo fortunato Regalpetra).
Nego però che in questo paese bivacchi "povera gente con grande fede nella scrittura"- A molti di noi, a quasi tutti noi "non basta un colpo di penna".
Tanti hanno avuto in questo paese del sale dello zolfo e del caciummo una sapidissima penna.
E da ultimo mi sono incontrato con Calogero Restivo, poeta trepido e novellatore dalle lievi rimembranze locali, di questa Racalmuto appunto.
Iniziai ad incuriosirmi quindi a mirare ed infine ad ammirare quanto ora si può sorbire in una sua triade poetica.
Scorro le poesie dell'Erba Maligna, o quelle che luccicano senza un fil rouge oppure - infine - le ultime che sciabordano "dal mare che non c'è"- Pubblicate nel 2011 o nel 2014 nonché nel 2015, son della lontana prima giovinezza di questo ora composto e riguardoso professore di lettere in pensione.
E' un mondo immaginifico che vi si riverbera: nitido ma occiduo, patetico con scisti di malinconia senza rimpianti. Forse mai gioioso, mai ilare eppure esistenzialisticamente impulsivo, emotivo, intimo, garrulo, affabulante, sapidamente erotico, persino con accenti di sensuale richiamo.
Cespuglio di rose
Vieni a trovarmi di tanto in tanto
discuteremo dei tanti sogni
andati al macero come robivecchi
e del tempo che verrà
guardando le stelle che luccicano sempre
sembrano vicine e sono lontanissime
compagne silenziose di solitudine
Ma in fondo è l'agra terra del Serrone o della Culma che ispirano memorie e sensi agresti e giovanili. Già! perché
sordo a lusinghe il contadino
s'avvia verso i campi
ove l'erba maligna
complici le ultime piogge
cresce ed insidia la vigna.
La normalità si scompone e "la luce del viale langue/ nel buio della notte".
Il poeta ci immerge nella logica dell'illogica:
il presente ha corse e ostacoli
vicoli chiusi
anche se spingi con i pugni i muri
inutilmente per uscire
il futuro
lo deve ancora inventare la notte
La gabbia del sogno, la gabbia della vita, la gabbia dell'amore. Ma dentro i "muri" della morte.
E quest'amore, questo amore del poeta:
immenso
come gli orizzonti
riempiva le notti
e le stagioni.
Alla fine il poeta sta
sotto un cielo
azzurro
e senza velo aggrappato
come naufrago al relitto-
Gli resta da invocare:
"che non mi travolgano/ i silenzi!"
Sì, perché
"Se il silenzio ha una lingua
e una voce
un tutt'uno
con le pareti di questa stanza
che chiude il mondo fuori
vorrei sentire le parole
che le pareti hanno imparato
dai lunghi dialoghi ed attese-"
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Qualche appunto ora su Calogero Rsstivo narratore. Moderno, essenziale. circospetto eppure sempre illuminante e coinvolgente. Ci riporta in mondi che pure sono i nostri mondi ma ce li fa rivivire avvolti dalla pellicola di una sottilissima ironia, con il debito distacco che uno scrittore deve pur sempre avere. E se non concordiamo con lui, lui lo stesso concorda con noi. Sapido sapiente colto e raffinato ha giuste parole per veri fatti. E spesso sono i fatti del nostro paese, di questo Racalmuto contadino e solfataio. Vigile e se usa la corda pazza, la usa con saggezza. non vituperando. Abbiamo avuto a suo tempo di ammirare un racconto di Calogero Restivo. Si intitola: LA PARTENZA. Queste furono le nostre brevi note a commento.
Ed ecco che possiamo ammirare un racconto di nostro ammirevole compaesano. Restivo, di questo immalinconito signore, aduso ormai al nulla, a quel che non c'è, a quello da fare, a quello da non fare. Nella notte, nel silenzio, nel caldo: in agosto. Prepararsi per un viaggio, con paratattica meticolosità, ormai prono alla estranea società dei consumi anche se non molto opulenta. Lezioni antiche ma rivisitazione tutta nuova , toccante, coinvolgente. Chi quelle notti di solitudine le ha trascorse capisce, si commuove, partecipe. Tutto pronto per partire domani. Ma domani non arriverà mai. Noia, languore, accidia, ormai disincantato esistere impongono un giaciglio, sul letto, per il salutare salvifico ritorno nel nulla.
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Chi è Calogero Restivo? Un poeta e un gran poeta possiamo dire subito. Ora però accomuna alla soavità del suo immaginismo poetico di vago sapore ermetico, un sapere raccontare, rievocare, restituire una palpabilità persino realistica al fascino della memoria della sua memoria che è poi il rimembrare la sua infanzia e prima giovinezza in quel di Racalmuto, terra aspra crudele patetica dimessa impietosa.
La Racalmuto contadina dunque, insomma la Racalmuto paradigmatica, senza Sciascia, oltre Sciascia. soggiungiamo noi, a nostro rischio e pericolo.
Ché Racalmuto non è solo Sciascia, anzi c'è di meglio, e per noi il meglio potrebbe avere nome e cognome: Calogero Restivo poeta narratore e scrittore di Racalmuto.
Lo dimostra una sua gogoliana pagina. In una novella capolavoro che si pubblica in questa raccolta: ecco un inno alla semplicità, al paratattico ordire di un racconto lieve toccante - E Dio sa quanto è complessa la semplicità! Una tragedia, tragedia per un piccolo uomo senza la camicia nera in tempi di cupo vestire eternamente in lutto, che inopinatamente perde il lavoro per avere inconsapevolmente disubbidito alla estemporanea bizzarria del Potere di una ben specifica Era. E ciò in un piccolo per noi noto ed amato paese: Racalmuto.
Applaudita la bella grafia del Restivo, ammirato il sommesso musicalissimo tono del racconto, noi pensiamo a quei tempi, a quel nostro paesino digradante tra i calanchi dell'altipiano Sicano, ai gerarchetti tronfi e panciuti che di nostro rammentiamo, al giummo aborrito da Leonardo Sciascia, alla Racalmuto fascistissima sino al midollo, come allora si soleva dire.
E date le nostre manie scorriamo nelle fluenti musicali pagine del Restivo mirabili pagine di storia, di veridica microstoria locale, della nostra Racalmuto insomma, anche qui paradigmatica senza Sciascia, oltre Sciascia.
Ci riferiamo al racconto di Calogero Restivo
"La camicia nera".
Calogero Restivo è un uomo di scuola EMIGRATO a 14 anni sia pure nel nisseno o nel catanese e comunque non inquinato da quella falsa cultura, arrogante. saccente, ripetitiva, insulsa, localistica che oggi tanto ci angustia, ci indispettisce, ci annoia, ci frastorna. Una cultura - quella - epigonale secreta dalla figliolina selvatica del melanconico nichilista albero nocino.
Vi si contrappone questo autentico figlio della trepida civiltà contadina racalmutese che è il professore Calogero Restivo, docente emerito nelle terre del Verga, sicilianissimo dunque, senza germaniche intrusioni pirandelliane o toscanismi rondisti, lasciando da parte gli ipotattici inquinamenti dei locali della terra della ragione che svolazzano nel nulla credendosi persino poeti sommi o narratori d'avanguardia.
Adamantino, virilmente romantico Calogero Restivo ha stile, musicalità, ispirazione, tattilità da sapido narratore, da ammaliante rievocatore di tempi modi uomini miserie e gioie di un piccolo non dimenticato mondo antico. Ci avvince senza violentarci, ci trasporta lieve, melodicamente nei nostri ancestrali meandri della memoria, forse quella preistorica, non ancora inquinata da questo nuovo mondo millenario che rigurgita corrotti valori del millennio scorso rifiutati dall'incipiente novello millennio brancolante nel nulla creativo, sulle macerie del tutto antico, rinnegato.
Calogero Restivo è forse un conservatore, non rinnega quanto del passato donnette cerebrali dichiarano magari retrogrado. Vi è la vivifica malinconia del ricordo che trasla l'antico nel nuovo con continuità che sa di miracolo.
La Racalmuto di oggi, turbolenta, occidua, dall'avvenire isterilito, dall'orizzonte fugato, dalle miniere chiuse, dalle guerre neglette, dalle case collabenti, dalle dicerie frastornanti, dalla letteratura intristita, dal premio a Grassonelli, dalla cinematografia esausta, ha una sua voce narrante solo in questo esule dal nome e cognome priscamente indigeno: Calogero Restivo. Apprezziamolo, riscopriamolo, applaudiamolo, ringraziamolo.
Calogero Taverna
foto di Lillo Taverna.

 

domenica 11 settembre 2016

eremurus?

Eremurus? Un dubbio mi assale
Questo è certo un eremurus


Ma questi che  stanno in questo 11 settembre fiorendo al Serrone e a Gargilata a Racalmuto?